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Cooperazione internazionale e sviluppo economico

Intervista a Stefano Sotgia, veterinario di formazione, che oggi si occupa di cooperazione internazionale per l’Unione europea

Immagine di copertina per gentile concessione di Stefano Sotgia

Stefano Sotgia, di formazione veterinario, lavora per l’Unione Europea da 20 anni, prima come controllore nell’ambito della sicurezza alimentare e oggi come vice capo sezione cooperazione  in una delegazione dell’Unione Europea in Africa.

“Negli anni ho sempre amato molto il mio lavoro perché mi dava modo di soddisfare la mia curiosità, di viaggiare e impegnarmi in attività che mi divertivano e soprattutto che mi impegnavano in qualcosa in cui credevo”.

Che cosa significa lavorare per l’Unione europea nel mondo della cooperazione allo sviluppo?

Significa sostanzialmente gestire i fondi che un’istituzione come l’Unione europea stanzia per progetti di sviluppo e assistenza in una serie di settori in un dato Paese. Io coordino il lavoro del mio team, dove ci sono professionisti che gestiscono le varie fasi dei progetti in collaborazione con gli enti locali del paese dove ci troviamo a operare: dall’ideazione del progetto alla sua messa in opera. C’è la fase di stesura del progetto, le fasi di correzione, poi il progetto deve essere presentato a Bruxelles: un iter burocratico che può durare anche mesi, fino ad arrivare alla proposta di contratto vera e propria. Quando questo è firmato, il mio compito è controllare che il lavoro giornaliero venga eseguito secondo il cronoprogramma e che tutti i pagamenti siano in regola.

Come si svolge, per esempio, una sua “giornata tipo”?

Quasi tutta la mia giornata avviene in ufficio, nella nostra sede ma anche presso un ministero o presso una sede delle organizzazioni locali o internazionali con cui ci troviamo a collaborare. Prevede una parte di studio e di negoziazione su progetti da sviluppare con le controparti locali, e non è sempre facile perché si tratta di imparare a dialogare con le persone, spesso di culture e con consuetudini molto diverse dalla nostra.

Quali sono le maggiori difficoltà nel fare il suo lavoro?

Bisogna ammettere che talvolta il lavoro del cooperante può essere frustrante. Ci sono dei Paesi dove la volontà politica da parte delle istituzioni locali a collaborare con enti sovranazionali è molto forte e si mettono in piedi dei progetti importanti insieme, mentre altre volte è più difficile dialogare con la politica, negoziare con agilità le priorità su cui lavorare.

Che cosa ha imparato studiando e che cosa sul campo?

Nel mio percorso di studi ho imparato i regolamenti internazionali e le procedure che devono essere seguite per realizzare un progetto. Sul campo ho imparato come parlare con la gente e affrontare qualsiasi tema, che è la capacità fondamentale per fare il mio lavoro. Le competenze tecniche si possono imparare anche in poco tempo, volendo, ma porsi di fronte agli altri nel modo corretto ed efficace è la vera sfida, e non viene purtroppo quasi mai insegnata nei percorsi accademici. È importante invece capire che cosa non sai di fronte all’altro, a non porti con deferenza ma nemmeno con prepotenza. Bisogna avere l’atteggiamento di una persona che sa che può imparare sempre. È fondamentale, altrimenti non puoi fare bene questo lavoro.

Il suo percorso è iniziato come veterinario...

Sì, studiare medicina veterinaria era il mio sogno di bambino. Io sono nato fra le montagne della Sardegna e sono cresciuto nelle campagne Umbre, dove i miei genitori facevano i pastori. Avevo uno zio che faceva il veterinario e questo mestiere mi ha sempre affascinato. Quindi, dopo il liceo classico mi sono iscritto a Veterinaria e mi sono laureato. Al tempo – siamo a metà degli anni Ottanta – era obbligatorio il periodo di servizio militare, ma io scelsi il servizio civile, che mi portò in Mali. Era la prima volta che mi trovavo in Africa, e lavoravo a un progetto che comprendeva una parte veterinaria. Rientrato in Italia sono stato per qualche tempo all’istituto Zooprofilattico occupandomi di allevamento e produzione animale, poi un po’ all’università, per poi ha vincere un concorso come ispettore veterinario all’Unione Europea. Un ispettore veterinario, che in inglese si chiama auditor come si dice ora, in pratica viaggia tantissimo. Ho viaggiato in Paesi di cui non avevo mai sentito i nomi prima. Si fanno ispezioni nei Paesi membri. Le ispezioni nei paesi membri servono per controllare che gli Stati applichino correttamente le regole dell’Unione europea, mentre i controlli nei paesi non UE servono per garantire che i prodotti animali, o anche gli animali vivi, che entrano in UE abbiano seguito controlli paragonabili ai nostri. Questo è stato il mio lavoro per i primi 13 anni in UE fino al 2013. Poi ho chiesto di passare alle relazioni estere e ho lavorato prima in Africa Occidentale poi in Maghreb e ora in africa Orientale. Il nostro lavoro prevede che lavoriamo in un Paese per massimo 5 anni.

E oggi qual è il percorso più indicato per fare il suo lavoro?

Oggi alcune cose sono cambiate, ma rimane il fatto che si può arrivare in diversi modi a lavorare per un’organizzazione come l’Unione Europea. Uno dei percorsi è applicare per una serie di posti messi a bando ogni anno per i neolaureati o gli studenti (si chiama Bluebook) che permette di fare uno stage di formazione di 5-6 mesi dentro l’istituzione e iniziare a formarsi e a farsi dei contatti. È possibile applicare sia per Bruxelles sia per le delegazioni all’estero. Una volta concluso un periodo di stage si può candidarsi come junior expert e iniziare un percorso all’interno dell’istituzione per arrivare negli anni e non senza fatica a diventare amministratore. Per cominciare possono essere molto utili le lauree in discipline legali, economiche, scienze politiche e amministrative. Ma soprattutto secondo la mia esperienza è importante per una persona che ambisce a lavorare in un’organizzazione come la nostra, aver chiaro che cosa significa amministrare la cosa pubblica, che responsabilità comporta, e questo non è scontato purtroppo. Serve una solida formazione di base sul diritto e l’amministrazione, e sulle dinamiche della vita pubblica. Credo che dovrebbero essere formazioni obbligatorie per chi sceglie questa strada.

Le lingue sono fondamentali, non solo l’inglese. Mi chiedo spesso perché non sia altrettanto comune per un ragazzo oggi studiare l’arabo o il russo, oltre a francese e spagnolo, che sono ancora fra le lingue più parlate al mondo. Ma al di là di questi aspetti tecnici, io penso che per un giovane sia importante non arrivare a lavorare in una realtà come l’Unione europea o le Nazioni unite per una scelta a priori. Serve prima un percorso più ampio in se stessi, per chiarirsi le idee su quali sono le nostre priorità e gli ambiti della gestione della vita pubblica su cui più ci preme impegnarci.

SCIENZA IN PRATICA

Ci racconta un progetto a cui ha partecipato?

Proprio negli ultimi mesi ho concluso quello che forse è il lavoro più di valore a cui sento di aver contribuito negli ultimi 35 anni: un progetto, ora finito, di elettrificazione rurale, per portare l’elettricità in villaggi che ne erano ancora sprovvisti. Si è trattato di un progetto semplice e fattibile e soprattutto a impatto immediato, con la produzione di due piccole stazioni di produzione di energia rinnovabile con pannelli solari, che oggi arriva a 40 mila persone. Queste sono le cose che ripagano di mesi di fatiche e di negoziazioni non sempre facili con le realtà locali.

LE PROFESSIONI

Chi si occupa di cooperazione internazionale per l’Unione europea ha a che fare con le istituzioni locali, politiche e amministrative, dei Paesi in cui si coopera, e con le ambasciate. Inoltre, si interfaccia con le realtà che operano nei vari Paesi, come i servizi locali e quelli privati. A livello internazionale, si collabora con uffici delle Nazioni unite (UN), con le organizzazioni non governative (NGOs) e con il mondo accademico locale e internazionale.