Orientamento

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Idee per il tuo futuro: dai tuoi interessi al mondo del lavoro

Produrre in modo ecosostenibile

Intervista a Elena Chisena, ingegnera che si occupa di sostenibilità ambientale aziendale

Elena Chisena è un’ingegnera ambientale lucana che ha passato buona parte della sua vita a studiare e lavorare in giro per il mondo per approdare infine a Parma dove è sustainability project manager, cioè responsabile dei progetti legati alla sostenibilità in Davines, una grossa azienda cosmetica specializzata in prodotti per capelli. Il suo è un percorso con molte deviazioni, ma con un obiettivo fisso: la tutela dell’ambiente.

Da dove è nata la sua passione per la sostenibilità?

Ho sempre avuto un interesse per l’ambiente e mi considero un’esploratrice. Che si tratti di mare o di montagna mi è sempre piaciuto andare a scoprire il territorio. A questa mia passione si è unita, negli anni del liceo, quella per la scienza che mi ha portata alla fine a scegliere di iscrivermi nel 2006 a Ingegneria ambientale. Questo percorso di studi, da un lato metteva assieme i miei interessi, dall’altro sembrava anche promettere bene sul piano del posizionamento nel mondo del lavoro, perché erano i primi anni nei quali l’ambiente iniziava ad avere importanza strategica, sia a livello governativo sia a livello industriale. Durante il mio corso di studi ho avuto l’opportunità di passare un anno in Danimarca per un Erasmus che in teoria doveva servirmi per imparare l’inglese, ma nella pratica è stata un’esperienza così arricchente che ho deciso di fermarmi e conseguire lì una seconda laurea triennale, questa volta a indirizzo civile con specializzazione in sostenibilità. Ho studiato tutta la parte di gestione sostenibile, che era molto variegata perché andava dall’urban planning, alla gestione delle acque, alla progettazione di tetti verdi e in generale a tutto ciò che riguarda le infrastrutture sostenibili.

Questo percorso potrebbe sembrare molto simile a quello di Ingegneria ambientale che avevo già fatto, ma in realtà era profondamente diverso. Se dovessi usare una metafora direi che è cambiata la lente attraverso la quale guardavo al tema della sostenibilità.

Come è avvenuto il primo contatto con il mondo del lavoro?

Quando sono tornata in Italia ho concluso il mio percorso di studi con la laurea magistrale e ho iniziato a lavorare nel dipartimento di Environment Health and Safety, quindi ambiente, salute e sicurezza, di una grossa multinazionale farmaceutica. Sono stata molto fortunata nell’incontrare persone che hanno investito su di me e che mi hanno affidato un ruolo di responsabilità nonostante non avessi esperienza. Questo mi ha permesso di crescere molto in fretta e di arrivare a conoscere bene questo mondo. Ma ho anche capito che quello che stavo facendo era più orientato alla salute che all’ambiente. Ho quindi modificato il mio impegno, cambiando ruolo più volte e ho lavorato come project manager in tutta Europa fino a quando i tempi sono diventati maturi per spostarmi nella sede inglese della multinazionale. Negli anni passati a Londra sono riuscita a spingere sempre di più sulla parte ambientale, ma non ero comunque pienamente soddisfatta. Il mio lavoro consisteva nel garantire la conformità legislativa e regolatoria, quella che prevede che l’azienda e i vari flussi aziendali soddisfino determinati standard richiesti. Un lavoro molto burocratico, sicuramente importante, ma che non permette di modificare sostanzialmente le cose, come invece avrei voluto fare io. Mi sono quindi di nuovo messa a studiare e ho conseguito una certificazione specifica che mi avrebbe permesso di cercare lavoro come professionista di sostenibilità.

Dopo questo lungo viaggio sono arrivata a fare il mestiere che faccio oggi e posso dire che è stato un approdo molto desiderato, ma non facile. Con la mia esperienza lavorativa internazionale avevo raggiunto un livello molto avanzato e rischiavo di dover ripartire da zero. È stato un po’ un salto nel vuoto che, alla fine, fortunatamente si è rivelato giusto e mi ha permesso di fare davvero ciò che mi soddisfa.

Che cosa fa una sustainability project manager?

La mia figura è un ibrido tra project manager, quindi di chi fa sì che un progetto complesso arrivi a un risultato, e di una persona che è esperta di sostenibilità. Quindi, da un lato gestisco, nel senso ampio del termine, i progetti che possono minimizzare l’impatto delle attività aziendali su determinati ecosistemi, dall’ambiente alla società. Questo significa che ogni giorno gestisco relazioni con le persone coinvolte, quelli che vengono chiamati stakeholders. La sostenibilità è un campo trasversale che coinvolge tante funzioni all’interno di un’azienda ed è necessario il coordinamento di tutte queste parti per riuscire a raggiungere i risultati desiderati. Poi c’è la parte tecnico-organizzativa. Come esperta di sostenibilità devo fornire conoscenze scientifiche e strutturali alla mia azienda andando a pescarle letteralmente in giro per il mondo in modo da cominciare a implementare le attività pianificate per arrivare al raggiungimento degli obiettivi.

In base al progetto ci sono poi aspetti che vanno gestiti in maniera diversa. Ci sono progetti dove la parte di gestione delle relazioni è più importante, quindi l’ascolto delle persone o il loro coinvolgimento attivo, mentre ci sono progetti nei quali a essere preponderante è l’apporto tecnico, quindi, per esempio, andare a capire che cosa succede al di fuori della nostra azienda e capire come fare a integrarlo nei nostri processi per raggiungere determinati standard di sostenibilità. In generale, posso dire che il mio lavoro è fatto di una profonda comprensione scientifica degli argomenti, ma non è così focalizzato sui numeri come quello di altre colleghe e colleghi che si occupano di fare calcoli e modelli.

Il suo è un percorso sicuramente molto originale, ma quali sono le competenze richieste per fare il suo lavoro oggi? Ci sono percorsi di studio dedicati o attitudini particolari che bisogna avere?

Io ho fatto la strada lunga per arrivare alla sostenibilità, ma oggi ci sono molti percorsi diretti e corsi di laurea bellissimi. Rimanendo nel mio ambito specifico, quello dell’ingegneria, ma anche spaziando in quelle che vengono chiamate environmental sciences, cioè scienze ambientali. Le differenze sono nei metodi e negli strumenti, perché l’ingegneria si concentra di più sulle questioni tecniche di dimensionamento e struttura, mentre le scienze ambientali sono più focalizzate sulle questioni scientifiche, ma l’obiettivo è comune.

Non bisogna però trascurare le competenze trasversali. La sostenibilità è un campo abbastanza complesso e sono necessarie fortissime competenze comunicative. È molt difficile tradurre concetti così complessi in messaggi che tutti possono afferrare. Diventa quindi essenziale per un professionista della sostenibilità saper comunicare in maniera corretta, rigorosa, ma accessibile. E questa necessità c’è anche nella comunicazione all’interno dell’azienda, perché ci sono poche persone formate in questo campo, quindi questo lavoro di traduzione va fatto costantemente altrimenti non si raggiungono gli obiettivi che ci si è posti. Deve essere tradotto in modo corretto, senza far perdere la complessità, ma in maniera che sia compreso e senza spaventare le persone. Quindi, le competenze comunicative sono importantissime, come ormai in moltissimi lavori, ma in questo serve una spinta a ingaggiare le persone, a incuriosire e a farle salire a bordo. Se dovessi, quindi, identificare due parti fondamentali sarebbero sicuramente la formazione scientifica e quella comunicativa.

SCIENZA IN PRATICA

Che cosa vuol dire raggiungere “emissioni zero” per un’azienda?

Una delle sfide più grandi dell’azienda per la quale lavoro è il raggiungimento dell’obiettivo Net Zero Emission entro il 2030. Un azienda net zero riduce le emissioni di gas serra prodotte dalle attività aziendali e assorbe le emissioni residue, raggiungendo quindi uno stato di impatto netto zero sul clima. Questo processo è in linea con la traiettoria indicata dal cosiddetto Accordo di Parigi di limitare entro il 2050 l'aumento della temperatura globale a 1,5 gradi sopra i livelli preindustriali. Nell’ambito del raggiungimento di questo obiettivo un’azienda deve considerare tutte le emissioni, dirette e indirette, derivanti dalle attività aziendali. In questo caso, lo stato di equilibrio tra emissioni generate e emissioni evitate o assorbite prevede innanzitutto la riduzione delle emissioni e in secondo luogo la neutralizzazione delle emissioni residue che non si è in grado di eliminare attraverso il loro assorbimento, per esempio supportando in progetti di riforestazione. Questo significa che vogliamo ridurre le emissioni di anidride carbonica il più possibile e neutralizzare tramite l’assorbimento tutto quello che manca per arrivare a zero. Questo programma molto ampio prevede una comprensione scientifica del quadro di riferimento strategico a livello globale, ma anche la comprensione della direzione in cui il mondo deve andare. La conoscenza della scienza, la comprensione matematica alla base è molto importante, perché se non c’è tutti i concetti rimangono astratti. Si tratta di questioni che sono talmente arzigogolate e complesse che non possono essere facilmente accessibili a persone che non hanno una formazione scientifica. Ci si può arrivare, con molto sforzo, ma l’attitudine a leggere determinati contenuti ci vuole.

LE PROFESSIONI

In un’azienda, il tema della sostenibilità è trasversale, pertanto chi se ne occupa interagisce con tutti i reparti e la dirigenza di tutti i livelli. Tra le persone con cui interagisce figurano, per esempio, il personale adetto a ricerca e sviluppo e quello addetto alla logistica. Inoltre, sono molto importanti anche le relazioni con l’ufficio marketing, affinché la la comunicazione sui prodotti sia corretta, e con il team che si occupa della comunicazione, affinché gli avanzamenti in ambito di sostenibilità siano comunicati all’esterno