Orientamento

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Produrre per l’export: un delicato incastro tra scienza e norme

Intervista a Mercedes Procopio, chimica che si occupa di affari regolatori e cosmetica per l’export

Immagine di copertina per gentile concessione di Mercedes Procopio

Mercedes Procopio è la responsabile del dipartimento di Affari Regolatori di Art Cosmetics, una delle più importanti aziende cosmetiche italiane, con clienti in tutto il mondo e più di centoquarantamila formule, cioè ricette, di rossetti, ombretti, fondotinta e creme che devono essere vagliate una per una, ingrediente per ingrediente, per verificarne la conformità. Quello di Procopio è un lavoro sempre più importante nel mondo globalizzato nel quale viviamo, che richiede una solida preparazione scientifica, ma anche una passione per le leggi e i regolamenti.

Nel suo settore è molto facile incontrare persone appassionate alla chimica dei cosmetici e alle tecniche di produzione. Quando però si inizia a parlare di vincoli, restrizioni e leggi è difficile trovare entusiasmo. Non sembra essere il suo caso. Ci spiega come possono convivere queste due anime apparentemente così distanti?

Il mio lavoro è la sintesi perfetta fra le mie passioni per la chimica e per la giurisprudenza, ma il percorso per arrivarci non è stato lineare. Al liceo, quando è arrivato il momento di decidere a quale corso di laurea iscrivermi, mi sentivo come Zeno, il protagonista del libro di Italo Svevo, perennemente indecisa tra due opzioni possibili. La scelta è ricaduta su chimica probabilmente proprio per la mia passione, nata in quegli anni, per i cosmetici: leggevo le etichette di tutti i prodotti che trovavo in casa cercando di immaginarmi come li avessero creati e quali potessero essere le differenze tra loro. Durante i miei studi, il mio dilemma interiore si è però di nuovo manifestato, perché anche se adoravo la materia, non riuscivo a farmi piacere il lavoro di laboratorio. Era tutto troppo poco controllabile per i miei gusti, tanto da spingermi a fare una tesi di chimica computazionale, tutta teoria e niente pratica. I cosmetici continuavano però a stuzzicare la mia curiosità e quindi dopo la laurea mi sono iscritta a una scuola di specializzazione in chimica dei prodotti cosmetici dove ho imparato a formulare, cioè a ideare le ricette di creme e trucchi, e che mi ha permesso di entrare quasi subito a lavorare in un’azienda cosmetica. L’illuminazione per quello che sarebbe diventato il mio futuro è arrivata quando una mia collega mi ha chiesto aiuto per preparare la documentazione per l’esportazione di alcuni prodotti.

Quelli erano anni nei quali non esistevano ancora professionisti specializzati in affari regolatori e le “carte” venivano gestite da chi si occupava anche di produrre i cosmetici, spesso controvoglia. Io invece mi sono sentita per la prima volta davvero a mio agio in mezzo a tutto quel rigore e finalmente potevo soddisfare entrambe le mie passioni. Un cliente una volta mi ha detto che il bello del regolatorio è che se ne occupa qualcun altro. Ecco, quel qualcuno sono io e sono felice di esserlo.

Il suo è un lavoro poco conosciuto. Ci aiuta a comprenderlo, partendo dall’inizio, cioè dall’azienda per la quale lo svolge.

Quella per la quale lavoro è un’azienda che produce cosmetici per conto-terzi. I nostri clienti sono i cosiddetti “brand”, cioè i marchi, quelli che tutti noi consumatori conosciamo, che delegano non solo la produzione, ma anche tutta la parte di ricerca, sviluppo e, appunto, regolatorio a noi. Possiamo lavorare sulla base della richiesta specifica di un cliente, ma sempre più spesso siamo noi a proporre formule sulla base delle analisi di mercato svolte dal nostro reparto marketing. Una specie di servizio chiavi in mano nel quale l’Italia gioca un ruolo molto importante a livello internazionale, soprattutto nel settore dei trucchi, perché da soli produciamo il 55% di tutto il make up mondiale con un fatturato che supera i 10 miliardi di euro ed esportazioni in tutto il mondo.

Ed è proprio qui che si svolge una parte importante del suo lavoro. Può farci qualche esempio pratico?

Lavorare con mercati molto diversi fra loro come l’Europa, gli Stati Uniti, il Giappone e gli Emirati Arabi, ognuno con regolamenti per la sicurezza differenti e con ingredienti che sono autorizzati da una parte e vietati dall’altra, mette di fronte a una certa complessità. Se, per esempio, volessimo produrre un ombretto che abbia una componente rossa ci troveremmo di fronte al fatto che l’unico pigmento rosso autorizzato per l’area occhi negli Stati Uniti non è autorizzato in Giappone, mentre quello autorizzato in Giappone non si può utilizzare in area occhi negli Stati Uniti. Potremmo utilizzare il rosso carminio che è ammesso da entrambi i regolamenti, ma essendo di origine animale non può ottenere la certificazione vegana e quindi ad alcuni clienti potrebbe non piacere. In questo caso, il mio lavoro consiste nello scandagliare i regolamenti, conoscere le differenze tra loro e aiutare i miei colleghi che si occupano della ricerca e dello sviluppo a creare formule che possano essere vendute nel maggior numero di paesi del mondo.

Ma non ci limitiamo a questo. Se guardiamo alla filiera di produzione di un cosmetico, il mio lavoro riguarda ogni passaggio, a partire dalle materie prime per le quali dobbiamo verificare la conformità in Europa e nei Paesi nei quali i nostri clienti vogliono vendere i prodotti, alla verifica che il prodotto finito sia conforme ai regolamenti internazionali, alla verifica che sia tutto compatibile con le richieste del cliente che può avere le proprie liste di ingredienti da non utilizzare. Mi interfaccio poi con chi si occupa del marketing verificare che i “claim” cioè le affermazioni che poi verranno attribuite al prodotto abbiano una fondatezza.

Ci sono degli aspetti del suo lavoro che non le piacciono o che rappresentano una difficoltà?

Chi fa il mio lavoro non produce nulla, ma spende soldi e, spesso e volentieri, mette veti e impone vincoli che i colleghi e l’azienda possono vivere con frustrazione. Cerco di compensare con il mio carattere e di farmi percepire come una risorsa amica più che come un problema, ma mi piacerebbe che ci fosse più cultura dell’importanza del nostro ruolo, come avviene in altri settori, come il farmaceutico, dove chi fa il mio lavoro è molto ricercato e apprezzato. Nel mondo cosmetico dobbiamo ancora arrivarci, ma sono ottimista.

Che percorso di studi ed esperienze consiglia a chi voglia fare il suo lavoro?

Come dicevo, è fondamentale avere una formazione scientifica e chimica in particolare. Personalmente, quando devo valutare le candidature limito la ricerca ai corsi di laurea di Chimica, Chimica e Tecnologie farmaceutiche e Biotecnologie. È importante anche avere una formazione specifica in chimica cosmetica, come un master o un corso di specializzazione post laurea. Sembra un controsenso perché chi fa il mio mestiere vede solo le “carte”, ma in realtà è importante proprio per questo, perché sapere come vengono prodotti e come verranno usati permette di comprendere meglio i potenziali rischi e quindi approvare o meno la conformità del prodotto o mettere in guardia il marketing e la ricerca sull’uso di certi ingredienti o formulazioni. Sembra un lavoro distante dalla scienza, ma in realtà è adatto proprio a chi predilige lo studio degli aspetti scientifici di un cosmetico e che, alla fine, porta a conoscere le formule quasi come chi le crea.

SCIENZA IN PRATICA

Fino a qui sembra un lavoro molto burocratico. Quando subentra la componente scientifica?

In realtà, da subito, fin dall’ingresso delle materie prime in azienda. Gli ingredienti arrivano corredati da una scheda tecnica che ne descrive le caratteristiche chimico-fisiche ed elenca le analisi effettuate. Avere una formazione scientifica e, in particolare, chimica permette di interpretare correttamente queste informazioni ed eventualmente richiedere altre analisi o rispedire al mittente il prodotto se non conforme.

Le faccio un altro esempio pratico che riguarda la presenza di metalli pesanti negli ingredienti. Queste sostanze sono perlopiù vietate dal regolamento cosmetico, ma essendo presenti in natura è molto facile che siano presenti “in tracce” come contaminanti di pigmenti, polveri, estratti vegetali, eccetera. Misurare quelle tracce è importante per stabilire la sicurezza di un cosmetico, ma il metodo scelto per misurarle può fare la differenza. Può capitare, per esempio, che i produttori scelgano il metodo sbagliato per preparare il campione. In questo caso, il risultato della loro analisi non sarà affidabile, ma solo conoscendo la chimica possiamo accorgercene.

Stabilire scientificamente che cos’è una traccia non è per niente banale. Verrebbe da dire che una traccia è “poco”. Ma quanto è poco? Per capirlo, il primo passaggio è identificare il pericolo che quella sostanza si porta dietro, indipendentemente dalle condizioni e dalle dosi. È una valutazione qualitativa e assoluta. È solo con il passaggio successivo, quello della caratterizzazione del pericolo, che si arriva a quantificarlo. Nella valutazione, si deve verificare se la sostanza è regolamentata dalla normativa sulle sostanze chimiche, e se è stata stabilita la NOAEL (No Observed Adverse Effect Level), cioè la dose più alta che non causa tossicità. A questo punto si entra nella seconda fase, quella relativa al rischio. Se il pericolo è in qualche modo assoluto, il rischio deve tenere conto delle condizioni di esposizione. Un prodotto che si distribuisce sulla pelle darà un’esposizione diversa da un prodotto che si mangia e quell'esposizione dipenderà da molti fattori diversi, come l'assorbimento, il tempo di contatto, la temperatura e così via. Questo processo porta al calcolo del margine di sicurezza (MoS, Margin of Safety), un numero che ci dice quanto è sicuro un determinato ingrediente nelle condizioni reali di utilizzo.

Il MoS si calcola prendendo la NOAEL, cioè la dose massima che non ha effetti tossici, e dividendola per la dose sistemica di esposizione, cioè la dose che effettivamente viene assorbita e immessa nel circolo sanguigno nelle normali condizioni d’uso di un prodotto. Più il MoS è alto e più il prodotto è sicuro perché significa che ne viene assorbito molto poco in relazione alla dose pericolosa. Più si abbassa e più bisogna stare attenti. Per il Consiglio scientifico per la sicurezza dei consumatori della Commissione europea, si considerano sicuri gli ingredienti con un MoS superiore a 100. Quindi, che abbiano un assorbimento di un centesimo della dose massima che può provocare dei danni.

LE PROFESSIONI

In un’azienda che inventa e produce cosmetici sono presenti diverse figure professionali, molte delle quali con una formazione scientifica, tra cui:

  • personale che si occupa della ricerca, spesso con un laurea in Chimica, Tecnologie farmaceutiche o Biotecnologie, affiancato da personale tecnico, che insieme ideano le formule di base
  • personale che si occupa dello sviluppo, a cui, oltre alle figure professionali che già caratterizzano la ricerca, si aggiungono coloriste/coloristi, che occupano dello sviluppo del colore e del passaggio dalla formula al prodotto
  • un gruppo di lavoro che si occupa del controllo qualità, anche in questo caso comprende persone con competenze scientifiche e tecniche
  • le persone che si occupano dell’esportazione (settore commerciale) e del marketing (per lo sviluppo dei prodotti e la redazione dei cosiddetti “claim”, le frasi che indicano le proprietà dei prodotti e che, per legge, devono essere fondate).