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Vivere di musica classica, oggi

Intervista ad Andrea Buccarella, clavicembalista e direttore d’orchestra

Immagine di copertina per gentile concessione di Andrea Buccarella @Daniele Caminiti

Andrea Buccarella è uno dei nomi più noti del panorama Barocco internazionale. Clavicembalista e direttore, la sua vita musicale è ricca di progetti, che spaziano dall’attività concertistica solistica, alla direzione di diverse ensemble cameristiche e orchestrali – primo fra tutti il progetto internazionale Frau Musika - alla creazione di progetti culturali e musicali che sappiano raccontare attraverso la musica, la storia dei secoli passati, mettendo in connessione persone, contesti, professionisti.

Non è facile vivere di musica classica, oggi. Ma la storia di Andrea è l’esempio del fatto che se si sente di avere un dono, qualcosa da raccontare, allora l’impegno, il sacrificio e la dedizione possono far sì che quel dono arrivi agli altri. Che si mettano in moto processi di condivisione incredibile con altri musicisti e con il pubblico. Questo significa fare arte. Anche se non si è enfant prodige, e se non si proviene da una famiglia di musicisti.

Che cosa trova più esaltante del suo lavoro?

Io sono persuaso che chi si dedica alla musica come professione sia mosso inevitabilmente da una grande passione per l’arte e da una certa esigenza espressiva. Questo è il punto di partenza. Tutti gli interpreti sentono il bisogno di trasmettere le proprie emozioni, e io mi sono reso conto nel tempo, non proprio da giovanissimo, che di fondo quello che stava alla base della spinta chiara che sentivo e che mi mandava avanti, era proprio questa necessità di condividere le mie emozioni con le persone. Come se solo in questo modo potessero prendere davvero forma. Questa dimensione in cui nell’esecuzione live si crea un rapporto emotivo con il pubblico è una sorta di trasferimento della propria emotività, e alla fine per me è ciò che motiva tutto l’enorme lavoro di studio richiesto.

Ci spiega che cosa fa di preciso un concertista?

La prima cosa da dire è che l’attività concertistica può essere molto diversificata: per esempio, quella solistica è caratterizzata da un grande studio tecnico e una costante ricerca interpretativa individuale, volta tanto al rispetto delle idee del compositore quanto alla definizione di una propria estetica musicale; quella cameristica richiede inoltre la capacità di entrare in simbiosi con altri musicisti, necessaria per la buona riuscita di un duo, un trio o un quartetto; quella orchestrale è ancora diversa, ogni musicista ha un minore peso individuale, ma fornisce un contributo indispensabile alla buona riuscita dell’esecuzione musicale, così come un piccolo ingranaggio è indispensabile al funzionamento di un orologio.   

È necessario scegliere una sola attività?

Naturalmente un musicista può scegliere di dedicarsi a tutti questi ambiti dell’attività concertistica, questo infatti è il mio caso, ma ognuno ha un’indole diversa e per alcuni, per esempio, l’attività solistica può risultare troppo impegnativa, sia dal punto di vista pratico che emotivo. Infatti richiede moltissimo studio, una vita in costante viaggio e anche la capacità di dominare le proprie emozioni per affrontare il palco. Io stesso ho lavorato molto su questo ultimo aspetto, infatti ritengo che un serio training psicologico sia importante tanto quanto quello tecnico per chi desidera intraprendere un’attività concertistica solistica.

La cosa importante è capire come siamo veramente, l’indole, le necessità personali, e scegliere ciò che ci somiglia di più. Non si sceglie la propria arte unicamente con la testa; perché tutto “funzioni” le nostre scelte devono aderire a come siamo fatti.

Infine, per portare avanti un’attività concertistica sono necessarie altre abilità: come la capacità di lavorare su più progetti contemporaneamente e di saper pianificare bene e con anticipo la preparazione dei concerti, tour, o qualsiasi altro progetto che si intenda realizzare; la capacità di ideare sempre nuovi programmi, che siano interessanti e originali, e saperli proporre in modo indipendente contattando festival e direttori artistici di teatri. Per questo ultimo punto esistono anche delle agenzie che curano gli interessi degli artisti e tutta la logistica che è dietro ad ogni evento, ma va detto che normalmente queste agenzie subentrano soltanto nel momento in cui un artista ha già raggiunto una certa notorietà.

Come si svolge una sua giornata tipo?

In realtà per me non esiste una giornata tipo. Dal momento che la mia attività artistica è molto diversificata, la mia giornata può cambiare molto in base al periodo. Nei periodi in cui ho tanti concerti solistici naturalmente dedico gran parte del mio tempo allo studio sullo strumento, anche otto ore al giorno. In periodi invece in cui sono impegnato nella direzione di ensemble orchestrali la maggior parte della giornata è dedicata alla riflessione sulle partiture, su ciò che voglio realizzare e sul come intendo organizzare le prove e il lavoro con i musicisti. Inoltre, come ho detto prima, è sempre importante ritagliarsi del tempo per pensare a nuovi progetti, ideare programmi interessanti e coerenti, che abbiano un filo rosso, che permettano al pubblico di fare un “viaggio musicale” nella storia. Ritengo infatti che la musica sia da intendersi come l’espressione dello spirito dei tempi e che, in alcuni casi, possa acquisire i connotati di una “profezia”. La meraviglia, soprattutto per i musicisti che come me si occupano di musica antica, è riportare alla luce queste espressioni e queste profezie, nella scommessa che possano dire e dare molto anche a noi, a secoli di distanza.

Tra le esperienze che ha maturato, quali sono le più utili per il suo lavoro?

Indubbiamente ritengo che le esperienze più utili siano quelle che si fanno “sul campo”. Per la mia formazione artistica, per sempio, è stato fondamentale suonare sotto la direzione di grandi direttori, accompagnare grandi solisti e partecipare ad alcuni progetti formativi che prevedessero l’esecuzione di musica cameristica o orchestrale supervisionata da tutor. Infatti, queste occasioni mi hanno permesso di imparare tantissimo da altri musicisti, dalle loro qualità espressive e musicali, ma anche dalla loro capacità di gestire il palco e di mettersi in contatto con il pubblico.

Perché ha scelto questo lavoro?

Come dico sempre, io non ho mai consapevolmente scelto di fare il musicista, ma mi ci sono trovato. Ho iniziato per puro caso, non provenendo da una famiglia di musicisti o che aveva rapporti con questo mondo. Semplicemente sentivo dentro di me la motivazione per passare ore e ore ogni giorno sulla tastiera. Mi faceva stare bene, mi dava soddisfazione. Solo con il passare degli anni ho capito che avrei fatto della musica la mia professione e che l’aspetto che mi motivava di più era proprio la condivisione della mia passione per la musica con il pubblico. Quando suono provo delle emozioni che trovo soltanto lì: riesco ad abbandonarmi all’interpretazione dell’opera musicale. È una dimensione che solo chi fa musica, e la ama, può intendere al volo: ci si incontra, e suonare diventa un’esperienza inebriante che si vuole costantemente ripetere. Come una bilancia: man mano che escono le note si abbassa la tensione.

Come si arriva a fare il suo lavoro?

Il mio è l’esempio del fatto che non serve essere né bambini prodigio che a 3 anni sono già allo strumento, né che è necessario provenire da una famiglia di musicisti, ma è necessaria una grande passione e tanta determinazione.

Nella mia famiglia non ci sono mai stati musicisti professionisti, anche se mio padre aveva un grande talento per la musica, suonava la chitarra e il pianoforte da autodidatta. Un giorno una collega di mio padre gli disse che cercavano bambini per un’audizione per il Coro dei Pueri Cantores della Cappella Sistina. Non sapevo bene che cosa fosse un coro di questo tipo, e la cosa mi incuriosì, così feci l’audizione e venni preso. Cantando scoprii un mondo nuovo al quale non avevo mai avuto accesso. Cantavamo prevalentemente un repertorio rinascimentale, come ad esempio la musica di Giovanni Pierluigi da Palestrina, ma mano a mano che passava il tempo, notai con stupore che il mio interesse iniziava a spostarsi dal canto, a lui: l’Organo. Così, alle scuole medie dissi ai miei genitori di voler approcciare uno strumento a tastiera per provare poi ad entrare in conservatorio, e loro mi assecondarono.

Entrai in conservatorio a 14 anni, quindi relativamente tardi, e nel frattempo mi iscrissi al liceo classico. Furono anni intensi, bellissimi, benché difficili, perché il conservatorio e il liceo classico richiedono molto impegno. Ma la passione era più della fatica, e mi diplomai in organo, come sognavo. Nel frattempo, dopo la maturità mi iscrissi al corso di Laurea in Filosofia, perché come mi consigliava sempre il mio Maestro Daniel Matrone, è fondamentale per un musicista avere una vera formazione artistica e intellettuale a tutto tondo.

A un certo punto mi sono però reso conto che l’attività dell’organista, sostanzialmente solitaria, non era quella che faceva al caso mio, e cominciai a pensare di voler ampliare il più possibile le occasioni di fare musica d’insieme. Di nuovo mi accorsi che la mia attenzione si stava spostando, questa volta dall’organo al repertorio barocco, e fu così che a ben 21 anni iniziai a studiare il clavicembalo. All’inizio il passaggio non fu semplice, perché nonostante le tastiere sembrino simili, le meccaniche sono totalmente diverse. Inoltre, non possedevo un clavicembalo a casa, per studiare. Dovetti risparmiare un po’ finché mi comprai il primo strumento tutto mio.

Finalmente un giorno, nella Basilica di San Vitale a via Nazionale in cui ero organista, conobbi Alessandro Quarta, il direttore dell’ensemble Concerto Romano, che era solito organizzare dei concerti in quella Basilica. Andò così: il parroco ci presentò e lui mi chiese a bruciapelo: “Vuoi suonare il basso continuo per noi?” Da lì è partito tutto e grazie a questa collaborazione ho avuto modo di imparare tanto dello stile e della prassi esecutiva barocca e anche di muovere i primi passi nell’attività concertistica in questo genere musicale. Spesso in campo artistico sono incontri fortunati di questo tipo a determinare il percorso di un musicista.

Che cosa consigli a chi vuole iniziare una carriera nella musica?

La prima cosa che consiglio è quella scegliere con cura il proprio insegnante: è fondamentale affidarsi a un maestro che sia in grado di coltivare e far accrescere tanto la passione per la musica quanto la determinazione allo studio. Nei primi anni di studio ritengo che sia bene essere aperti a una formazione musicale e artistica più vasta possibile, per poi individuare in un secondo momento un repertorio in cui specializzarsi, che sia il più possibile vicino alla propria sensibilità e alle proprie peculiarità tecniche ed estetiche. In questa fase di specializzazione la parola chiave è contaminazione internazionale, cioè uscire dal proprio territorio e misurarsi con la propria generazione di musicisti in un contesto accademico internazionale. Per esempio, nel campo della musica antica, in Europa ci sono alcuni centri di alto perfezionamento musicale che attirano giovani da tutto il mondo, come la Schola Cantorum di Basilea, presso la quale ho ottenuto due Master. In generale consiglio anche di non perdere l’opportunità di partecipare a Masterclass, Atelier cameristici e/o orchestrali e a ogni sorta di corsi formativi, non soltanto per apprendere cose nuove, ma anche per intessere relazioni e rapporti di amicizia con altri giovani musicisti. Questo è anche il primo passo per crearsi una rete di contatti umani e artistici che un domani porterà anche opportunità professionali. Infine, ritengo che sia molto utile anche prepararsi ad affrontare i concorsi internazionali, perché è innegabile che la vittoria di un premio in un concorso importante dia una grande visibilità ad un giovane musicista e che porti tantissime opportunità professionali.

CONCETTI IN PRATICA

Ci parla del progetto Frau Musika?

Il progetto artistico-formativo Frau Musika, volto alla creazione di una orchestra giovanile europea su strumenti originali, è stato ideato da Andrea Marcon, tra i massimi esperti ed interpreti del repertorio barocco. Il nome del progetto deriva dal titolo di due saggi monumentali di Alberto Basso, uno dei più noti musicologi italiani, che trattano della vita e delle opere di J.S. Bach. Da qui l’idea di iniziare il cammino formativo dell’orchestra con alcuni capisaldi dell’opera bachiana come la Passione secondo Giovanni, I Concerti Brandeburghesi e la Messa in si minore. L’orchestra è stata formata a seguito di audizioni aperte a tutte le persone under 30 che studiano in conservatori e accademie presenti sul territorio europeo. Le residenze artistiche offerte hanno lo scopo di offrire corsi formativi tenuti da tutor di rilievo e la partecipazione a un tour di concerti in Italia e all’estero. Io ho avuto l’onore di essere stato invitato a dirigere il progetto dei Concerti Brandeburghesi di J.S. Bach durante il primo anno di attività dell’orchestra e sono molto grato di essere stato nuovamente invitato a dirigere un altro progetto l’anno prossimo, che sarà incentrato sui Concerti a più clavicembali e orchestra di J.S. Bach. 

Le professioni

Il mondo della musica classica coinvolge molte figure professionali e istituzioni: da chi fa musica, suonando, cantando, componendo e/o dirigendo l’orchestra, a chi si occupa di formazione (scuole, conservatori, università), agli enti dove la musica va in scena, come i teatri, e alle agenzie che promuovono l’ingaggio di artisti. Inoltre, ci sono le persone che producono gli strumenti musicali e ne curano la manutenzione.