Orientamento

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Dalla provetta al farmaco

Intervista a Giorgio Baggi, chimico a capo del dipartimento di produzione di una startup canadese

Immagine di copertina per gentile concessione di Giorgio Baggi

Giorgio Baggi, chimico per passione e per mestiere, oggi a soli 36 anni è a capo del dipartimento di produzione di una start up innovativa canadese in ambito farmacologico.

Come nasce la sua passione per la chimica?

Molte persone scelgono il proprio lavoro durante gli studi universitari, alcuni anche alla fine. Per me invece è stato un colpo di fulmine. Sin dalle scuole medie ero già appassionatissimo di scienza, e la mia curiosità mi spingeva a capire come funzionava il mondo intorno a me, dai microrganismi all’Universo. Se penso agli esperimenti che facevo nella cucina dei miei genitori senza alcuna protezione e solo per il piacere della scoperta, oggi rabbrividisco! Era un interesse molto intimo: ero e sono ancora innamorato della chimica.

Che cosa la affascina del suo lavoro di chimico?

Il primo aspetto affascinante di questa professione è che mi permette di creare sostanze e materiali da composti più semplici. In secondo luogo, quando sintetizzo questi materiali modifico la loro struttura di modo tale che la nuova struttura ne influenzi le proprietà tangibili, e lo riesco a fare senza poter vedere o manipolare i componenti dei materiali direttamente a livello molecolare, perché sono troppo piccoli. Quindi usiamo delle tecniche di laboratorio, che si imparano all’università, che ci permettono di operare sui materiali a livello macroscopico per modificarne la struttura microscopica. È affascinante pensare che sebbene non vediamo concretamente ciò che avviene, le nostre conoscenze scientifiche ci permettono di sapere esattamente che cosa accade. È come costruire un veliero in una bottiglia: non lo costruisci nella bottiglia direttamente, come si potrebbe pensare logicamente, ma una serie di tecniche ti permette di ottenere il risultato finale!

Ci racconta in che cosa consiste il suo lavoro?

Oggi lavoro in Psygen, una startup innovativa che opera in ambito farmacologico. Non siamo un’azienda farmaceutica in senso stretto, nel senso che non produciamo farmaci già in commercio, ma ci occupiamo di produrre sostanze chimiche sintetiche utilizzate in studi clinici, dove i ricercatori ne studiano l'efficacia per curare le malattie. Nello specifico lavoriamo su alcune sostanze classificate come “psichedeliche” e che nel corso del Novecento sono purtroppo state accomunate alle droghe pesanti, per capire come potrebbero invece essere utili per il trattamento di alcune patologie mentali gravi. C’è molta ricerca scientifica che sta andando in questa direzione. Attualmente, quindi, il nostro mercato sono gli istituti di ricerca, pubblici e privati, in tutto il mondo, anche in Europa per esempio in Germania, Israele e Regno Unito.

Io sono chimico farmaceutico e dirigo il dipartimento di produzione dove produciamo la sintesi su larga scala (comunque nell’ordine dei kilogrammi per anno) delle sostanze che servono agli studi clinici.

Come si svolge la sua giornata tipo?

La maggior parte della giornata si svolge in laboratorio a eseguire esperimenti. Prima di iniziare un esperimento tuttavia c’è la fase di studio della letteratura scientifica cioè di quello che altri hanno già pubblicato sull’argomento, e di disegno [progettazione, NdR] – si dice così – dell’esperimento stesso. Devi per esempio studiare le linee guida, che significa lavoro d’ufficio, per la preparazione del progetti. Anche se sembra noioso, in realtà è un processo molto creativo. È importante anche stabilire precisamente gli step per lavorare in sicurezza. Non si tratta solo di mescolare sostanze, ma avere occhio riguardo per i dettagli e le quantità. Un buon scienziato annota sempre tutto quello che osserva per capire successivamente dove si è sbagliato e migliorare.

Che differenza c’è fra fare chimica all’università e in azienda?

Prima di arrivare in azienda ho lavorato sei anni come ricercatore universitario, quindi in una struttura pubblica. In comune ai due settori c’è il lavoro in laboratorio, che è uguale. In generale si lavora in gruppi di ricerca, quasi mai da soli. La differenza è l’obiettivo della ricerca: all’università lo scopo del tuo lavoro è pubblicare articoli che possano essere rilevanti per la comunità scientifica e anche per l’industria, e che possano aiutarti anche a fare carriera per attrarre ulteriori fondi. Più pubblichi su riviste importanti, più partecipi a conferenze importanti, più hai possibilità di vincere bandi e fondi per finanziare la tua ricerca. In industria i risultati sono volti invece alla possibile produzione.

Che cosa ha imparato studiando e che cosa sul campo?

Studiando ho imparato tutto quello che serve per iniziare a lavorare i laboratorio. Con una laurea specialistica si ha già una buona esperienza pratica e si può entrare nel mondo del lavoro. Secondo me prima si comincia meglio è, per iniziare a capire come funziona il mondo del lavoro e imparare tutte le altre cose che a scuola non insegnano. Prima di tutto come comunicare in modo chiaro e coinciso i propri risultati, cosa importantissima dal punto di vista scientifico. Sul campo ho imparato a scrivere progetti di ricerca per ottenere i fondi e la gestione di un gruppo di ricerca, anche negli aspetti amministrativi, tutte cose che all’università non vengono insegnate.

Si impara poi l’importanza del lavoro di squadra e dell’organizzazione e pianificazione di se stessi, altra cosa che prima si impara meglio è. Un bravo scienziato sa organizzare il proprio tempo. Non da ultimo, sul lavoro ho imparato il valore dello spirito di iniziativa per il successo nei progetti. Mai limitarsi a quello che si è studiato, ma provare ad andare anche fuori dagli schemi per vedere strade nuove per superare gli ostacoli.

Che cosa è bene sapere se si vuole fare il suo lavoro?

Sicuramente tenere sempre presente che la scienza è in costante progresso, e che quindi mantenersi al passo coi tempi e essere sempre aggiornati è fondamentaleUn po’ di extra te lo devi portare a casa: per me è una passione e quindi non mi pesa. In secondo luogo, bisogna imparare il prima possibile a entrare a patti con l’idea di fallire. La scienza procede per tentativi ed errori, si incontrano tante porte chiuse, ostacoli e serve saper cambiare approccio e direzione. Bisogna talvolta avere la forza di abbandonare un percorso intrapreso. Maturare come persone significa lavorare su se stessi per una percezione dei fallimenti che non sia vista come ilnostro fallimento personale ma come momento educativo.

Come si arriva a fare il suo lavoro?

Avendo la passione per la chimica già alle superiori, già dal terzo anno avevo le idee chiare, non vedevo l’ora di essere in laboratorio e sognavo una carriera accademica con il mio team di ricerca. Ho conseguito la laurea triennale e magistrale in chimica e il dottorato all’università di Pavia, con un periodo in Canada. Consiglio tantissimo le esperienze all’estero per rendersi conto di come vanno le cose in altri paesi. Ho però amici che sono passati per una laurea in ingegneria chimica o in microbiologia, o in medicina, prima di intraprendere il mio percorso. Dopo il dottorato si consigliano dei post-doc, e io ne ho fatto uno in Canada a Windsor e uno in Kentucky. Un post-doc non deve essere più lungo di 2-3 anni perché se non diventi professore è difficile poi entrare nel sistema.

A me è capitato proprio questo: mi ero arenato, la mia carriera sembrava non prendere il volo. È stato lì che ha fatto la differenza aver maturato l’idea che il cambiare rotta è un punto di forza e non di debolezza. Ho avuto la forza di non fossilizzarmi. Ho capito che potevo portare la mia forza in un settore nuovo e così sono arrivato in industria e ora gestisco un team che si occupa di un settore che mi entusiasma tantissimo.

SCIENZA IN PRATICA

Ci racconta un progetto a cui ha lavorato?

Un progetto affascinante a cui ho lavorato per anni rientra nel campo delle nanotecnologie. Il mio progetto consisteva nel sintetizzare delle molecole che grazie alle loro strutture particolarissime permettessero di costruire materiali con proprietà nuove che non esistono in natura. Costruivo delle molecole che avevano componenti che potevano muoversi in certi modi definiti partendo da componenti semplici con altre funzioni, e ne risultava un device con una funzionalità nuova. Un po’ come giocare col meccano ma usando le molecole come tasselli: entusiasmante!

LE PROFESSIONI

In una startup come quella in cui lavora Giorgio Baggi, i ricercatori e ricercatrici che si occupano direttamente dello sviluppo del progetto si interfacciano con varie persone, con profili professionali e mansioni diverse, dato che gli aspetti pratici da affrontare sono molteplici. Per esempio:

  • altre persone con una laurea in scienze o in ingegneria per l’allestimento dei laboratori
  • persone del dipartimento acquisti e vendite che poi comunicano con la clientela
  • persone del dipartimento comunicazione e pubbliche relazioni
  • persone del dipartimento di amministrazione/decisori aziendali per comunicare i risultati e l’avanzamento progetti.

Per approfondire prospettive occupazionali e percorsi di studio, leggi Obiettivo: ricerca e produzione chimica.

Aggiornata al 21 marzo 2022