Orientamento

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Il seme del futuro

Intervista ad Alberto Cusinato, laureato in agraria, che si occupa di selezionare le colture più adatte al mercato

Immagine per gentile concessione di Alberto Cusinato

Alberto Cusinato fa un lavoro che viene definito product placement scientist, presso una grande azienda sementiera, la Syngenta. In pratica, si occupa della fase finale di selezione di colture ibride (in particolare di mais) e del loro posizionamento in un certo mercato e, di conseguenza, in un certo ambiente. Si tratta di una figura professionale che all’interno dell’azienda si colloca a metà tra il settore della ricerca scientifica messa in atto per sviluppare nuove varietà (il cosiddetto “breeding” di cui lui si è occupato per 10 anni) e il settore del marketing.

Che cosa le piace di più del suo lavoro?

Ci sono diversi aspetti che mi piacciono particolarmente del mio lavoro. Alcuni sono legati al mio modo di essere come, per esempio, la libertà di poter interagire con più dipartimenti dell’azienda o la possibilità di avere una completa autonomia di movimento. Un giorno posso trovarmi in Turchia e il giorno successivo in un’altra parte del mondo. Questo mi permette di conoscere luoghi, persone e culture differenti. Diciamo che il mio non è affatto un lavoro statico. Un altro aspetto che apprezzo del lavoro che faccio è che mi permette di avere a che fare con il mais, una coltura di cui mi sono sempre occupato. Questa pianta mi interessa particolarmente perché rappresenta in modo evidente l’imprinting dell’essere umano, la sua capacità di migliorare le varietà vegetali di cui ha bisogno. Ogni anno per me è una grande soddisfazione vedere i prodotti nuovi che realizziamo. Mi piace vedere questo sviluppo continuo che va incontro alle esigenze del mercato e dell’ambiente.

Com’è fatta la sua giornata tipo?

La mia giornata tipo varia a seconda del periodo dell’anno. Possiamo dire che seguo la stagionalità della coltura del mais. Durante l’inverno sono prevalentemente in ufficio e mi occupo della pianificazione del lavoro pratico da portare avanti dal momento della semina. Bisogna considerare che negli ambienti europei partiamo con le semine da fine marzo a inizio aprile, mentre nei paesi più caldi come in Turchia anche già a febbraio. Le raccolte invece si fanno verso settembre-ottobre. La fase che a me piace di più è sicuramente quella che avviene durante la stagione primaverile e quella estiva perché viaggio continuamente per raggiungere posti diversi, dai nostri campi di ricerca alle aziende degli agricoltori che utilizzano i nostri prodotti. Faccio questi viaggi perché devo seguire l’andamento delle colture. In questo periodo passo molto tempo in campo ad osservare alcune caratteristiche delle piante come lo sviluppo iniziale, l’altezza o la resistenza alle malattie. Fino all’autunno “raccolgo” dati. Poi il mio diventa prevalentemente un lavoro di ufficio perché devo sedermi davanti a un computer a elaborare quei dati con l’aiuto della statistica. In questa fase decido quali prodotti portare avanti e quali invece scartare.

Ci può raccontare un aspetto critico del suo lavoro che sarebbe bene conoscere?

C’è un aspetto che non definirei critico ma che sarebbe meglio non trascurare. Si tratta della necessità di dedicare del tempo a un continuo aggiornamento sulle conoscenze scientifiche alla base del processo di miglioramento genetico. La scienza e la tecnologia sono destinate a evolvere nel tempo. Pensiamo per esempio agli studi sul genoma o alla biostatistica. Negli anni appariranno nuove figure professionali nel mio ambito lavorativo e dovrò avere le competenze per poterci interagire.

Ha qualche suggerimento per chi è interessato a fare il suo lavoro?

Io ho fatto le mie prime impollinazioni nel mais a 15 anni. Facevo il lavoratore stagionale. Poi alle superiori mi sono iscritto ad agraria e, siccome mi piaceva, ho continuato a studiarla anche all’università. All’inizio facevo quello che i breeder avevano bisogno che facessi, dalla concia dei semi all’estirpazione delle erbacce con la zappa. Poi sono diventato io stesso un breeder e adesso mi occupo della fase di selezione finale. Aver fatto tutto il percorso partendo dal basso per me è fondamentale perché oggi conosco bene le esigenze dei miei collaboratori visto che le ho vissute in prima persona. Quindi il primo suggerimento è quello di formarsi sul campo. Per quanto riguarda l’università, credo che tutte le conoscenze che si acquisiscono siano importanti ma tra queste ce ne sono due che per me contano moltissimo: l’inglese e la statistica. L’inglese mi ha permesso di ampliare moltissimo il mio spettro di opportunità. Mentre la statistica è semplicemente alla base del mio lavoro.

SCIENZA IN PRATICA

A che cosa serve il breeding e come si fa?

Il breeding si fa per garantire un continuo miglioramento delle varietà vegetali, nel mio caso delle varietà di mais. Per miglioramento intendo la possibilità di fornire prodotti sempre più performanti, cioè in grado di permettere una produzione e, quindi, un reddito stabile o crescente negli anni. Oltre a questo aspetto, negli ultimi 10-20 anni si è pensato sempre di più alla sostenibilità ambientale, per cui il miglioramento ha riguardato anche proprietà come la capacità delle piante di essere sufficientemente produttive in caso di irrigazione limitata o di terreni poveri. Quindi il breeding si fa per aspetti sia economici sia ambientali.

Per comprendere in che cosa consiste il breeding, bisogna innanzitutto sapere che esistono piante autogame, in cui il polline si trasferisce nello stesso fiore o in fiori della stessa pianta (avviene cioè un’autoimpollinazione), e piante allogame, in cui il polline deve andare a fecondare una pianta diversa (si parla di impollinazione incrociata). Il mais appartiene a questa seconda categoria, si tratta quindi di una pianta allogama. Tra le colture agrarie, il mais è una di quelle che presenta maggiormente il fenomeno detto “eterosi”, cioè incrociando due linee pure si ottiene un ibrido (in genetica si definisce “ibrido F1”) che massimizza le proprietà delle due linee. Per capirci, una linea pura è un insieme di individui omozigoti in tutti i loci del genoma. Questo significa che rimangono identici di generazione in generazione.

Che cosa fanno in pratica i breeder? Ogni anno, utilizzando delle particolari tecniche, sviluppano migliaia di linee pure che presentano determinate caratteristiche (per esempio, una certa altezza o qualità della granella) e poi le incrociano tra loro. Gli ibridi più promettenti che si ottengono vengono poi coltivati in diversi ambienti al fine di selezionare quelli che presentano le proprietà desiderate (produttività, stabilità ecc.) in quel particolare luogo e, quindi, quelli che si possono commercializzare in quel particolare mercato. Questa fase di selezione finale è proprio quella di cui mi occupo io. Bisogna tenere presente che ci vogliono circa 4-5 anni per ottenere una varietà commerciale a partire dalle linee pure.

LE PROFESSIONI

Chi si occupa di breeding delle piante entra in relazione con una grande varietà di persone e professionalità: con altre persone che fanno lo stesso lavoro in azienda e con il personale che si occupa della parte agronomica vera a propria (la semina, la raccolta, il mantenimento delle macchine agricole ecc.), del marketing e della rete vendite. Fondamentale è anche il confronto con agricoltori e agricoltrici, anche con visite in azienda, che sono frequenti, per comprendere quali sono le loro esigenze e problematiche. Un altro aspetto in crescita è quello della comunicazione per il pubblico, che sta diventando sempre più richiesta.