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Dai tuoi interessi al mondo del lavoro

Chimica su misura

Intervista a Elisabetta Passone e Stefania Manferdini, laureate in chimica e imprenditrici

Immagine di copertina per gentile concessione di Elisabetta Passone e Stefania Manferdini

Elisabetta Passone e Stefania Manferdini dirigono un’azienda chimica che opera come service per aziende farmaceutiche, si occupano di ricerca e sviluppo di prodotti per varie fasi del processo di produzione e controllo dei farmaci. Dopo la laurea e i primi lavori, hanno deciso di costruire qualcosa di nuovo, tutto loro. Giorno dopo giorno, partendo da zero, hanno imparato come mettere in piedi e gestire un’azienda, su quali prodotti e servizi era più utile concentrarsi, come comunicare efficacemente con i clienti e come districarsi tra burocrazia e normative.

Da dove nasce l’idea di mettere in piedi un’azienda?

M: All’epoca le offerte di lavoro non mancavano, ma con poche prospettive o per lavori che mi sembravano poco entusiasmanti, monotoni. Io cercavo un’alternativa che mi desse più soddisfazione, e piano piano cresceva anche la voglia di creare qualcosa che fosse più “nostro”.

P: Un altro aspetto rilevante è che quando abbiamo fondato l’Alchemy andava di moda l’idea di mettere in piedi piccole aziende, sullo stile americano, anche se ancora non si parlava di startup. Quindi, nel nostro piccolo ci siamo dette: proviamo a fare qualcosa per conto nostro. Uno spunto importante ce l’ha dato un docente universitario, che ci ha parlato di imprese analoghe all’estero e ci ha dato alcuni suggerimenti utili su come procedere.

E la passione per la chimica da dove arriva?

P: Io in verità volevo studiare Medicina, ma all’epoca era un percorso di studi che veniva scoraggiato, si diceva che c’erano troppi medici. A un certo punto sono incappata in un articolo che parlava di un docente dell’Università di Bologna che promuoveva l’iscrizione a Chimica industriale, raccontando che c’era necessità in quel settore e gli iscritti erano poco. Io all’epoca vivevo a Latina e avevo fatto il liceo classico, di chimica ne avevo studiata veramente poca, ma mi incuriosiva l’idea di fare qualcosa di quasi ignoto per me, era un’avventura che mi attraeva. Così, forse per sfida, mi sono iscritta a Chimica industriale all’Università di Bologna.

M: Per me è stato diverso, alle medie coltivavo già una passione per le scienze, in particolare per la biologia. Alle superiori però non c’erano scuole orientate alla biologia, così mi sono iscritta a chimica, che era la materia più vicina. All’università ero indecisa tra chimica e biologia, alla fine ho scelto chimica perché sembrava più promettente. Ed era vero, noi li vedevamo gli studenti più grandi che ricevevano offerte di lavoro prima ancora di laurearsi. Poi da lì a quattro anni (1992, “tangentopoli”) c’è stato il crollo del settore…

Che cosa vuol dire aprire un’impresa?

P: Oggi per chi vuole fare impresa c’è un ampio supporto da parte di università e altri enti pubblici; per esempio, le iniziative come le start cup, che permettono di accedere a fondi e a servizi di tutoraggio, o altri strumenti che incentivano il passaggio dalla ricerca all’impresa. Ci sono persone che aiutano a fare il business plan, che forniscono supporto per gli aspetti economici e che conoscono le problematiche principali del fare impresa per ambiti specifici, avendo competenze anche sui contenuti; inoltre, spesso vengono messi a disposizione locali universitari già attrezzati per i primi anni. All’epoca non c’erano questi servizi, noi abbiamo fatto dei corsi per l’imprenditoria femminile promossi da enti locali, ma era difficile far capire cosa volessimo fare, perché negli sportelli per l’impresa non c’erano persone in grado di capire che cosa volessimo fare e quali erano le problematiche specifiche del settore chimico.  Le problematiche sono tante: dal trovare i locali, a capire come fare i prezzi dei prodotti, scoprire se ci sono sgravi fiscali ecc. Ma una cosa molto importante per noi è che abbiamo incontrato delle persone nelle imprese che ci hanno dato fiducia all’inizio e ci hanno permesso di avere le prime commesse lavorative.

Ora veniamo al vostro lavoro, di che cosa si occupa la vostra azienda?

P: All’inizio volevamo mettere in piedi un laboratorio per chi aveva bisogno di determinati prodotti chimici ma non aveva un laboratorio interno. Con il tempo è diventato chiaro che chi si poteva permettere l’outsourcing, erano le aziende che avevano budget ampi, cioè quelle dell’industria farmaceutica. Questo lo abbiamo capito dopo circa un anno, provando a tastare il mercato con vari tentativi. Oggi funzioniamo come service per quelle aziende che hanno bisogno di molecole non disponibili nei cataloghi dei grossi fornitori di sostanze chimiche. In genere si tratta di produzioni di piccole quantità, da pochi milligrammi a qualche centinaia di grammi di sostanze che vengono usate negli ambiti più diversi. Possono essere, per esempio, standard di riferimento per impurezze,  metaboliti o di altri prodotti chimici. Oppure, scaffold di intermedi da utilizzare per progetti di ricerca. Un altro esempio riguarda la produzione di analoghi di prodotti già esistenti, cioè molecole simili a quelle già usate, ma leggermente diverse in alcuni punti della struttura molecolare, per vedere se alcune proprietà della molecola “capostipite” possono essere migliorate. Si preparano quelle che vengono chiamate delle librerie di analoghi che vengono sottoposte a dei test iniziali in vitro e si vede se ci sono delle molecole che soddisfano i requisiti desiderati. In più, adesso abbiamo anche una parte di servizi analitici per il controllo dei principi attivi farmaceutici.

Quale parte del vostro lavoro trovate particolarmente interessante?

P: La parte più interessante è quella di essere utili per una certa tipologia di industria, di fare un pezzettino di un lungo percorso che porta alla produzione dei farmaci. Un altro aspetto interessante, ma anche terrorizzante per certi versi, è che ogni giorno c’è una cosa diversa di cui occuparsi.

M: Sì, ogni giorno affrontiamo problematiche diverse, per cui è necessario studiare continuamente, impegnarsi per capire: anche se alcuni problemi inizialmente sembrano uguali ad altri già incontrati, spesso non si risolvono allo stesso modo. Per esempio, si può pensare che gli analoghi di certe molecole chimiche si comportino in modo identico, ma non è detto che ciò accada, anzi.  Quindi, ogni giorno si presentano delle difficoltà; quello che si progetta sulla carta e sembra uguale a quello che avevi fatto il mese prima, alla prova dei fatti non si comporta nello stesso modo. Per cui bisogna rivedere il processo di purificazione, di sintesi, di analisi. Questa è la parte entusiasmante, perché non ti annoi mai, poi ogni tanto, però, vorresti annoiarti…

P: Un altro esempio pratico è quando si cambia la scala di produzione. Magari hai già sintetizzato una sostanza in piccole quantità, ma devi produrne un po’ di più. Si può pensare che in fondo si tratta solo di fare in grande quello che è già stato fatto in piccolo, e invece possono succedere vari imprevisti. Anche cose banali, ma che hanno un peso sul risultato finale: come, per esempio, la  maggiore  difficoltà a  lavorare una massa  di prodotto viscoso,  che, richiedendo  molto  tempo per  essere recuperato dal reattore, potrebbe obbligare a dei cambiamenti di procedura rispetto a quanto visto su piccola scala. Per questo motivo i passaggi di scala  vengono sempre effettuati  1:10 , in modo da rilevare  in modo graduale eventuali criticità.

Nella pratica, come si svolge la vostra giornata lavorativa?

P: Oggi siamo quattro soci, io, Stefania, Roberto Aureli e Giovanni Bernardi. Tre di noi lavorano in azienda e al momento abbiamo otto dipendenti, tutti laureati in chimica. All’inizio facevamo tutto noi, ci occupavamo direttamente del lavoro “sotto cappa”. Da un po’ di anni questo lavoro lo deleghiamo ai nostri dipendenti. Noi ci occupiamo di supervisionare il lavoro sperimentale: possiamo farlo perché conosciamo il lavoro in quanto lo abbiamo fatto. Inoltre, ciascuno di noi si occupa di alcuni aspetti specifici, per esempio io mi occupo anche dei rapporti con i clienti, di tenerli aggiornati, preparo i report. Inoltre, seguo la sicurezza, lo smaltimento rifiuti e la ricerca di fornitori. Roberto, invece, si occupa anche dei processi di produzione, studia la letteratura, cerca le soluzioni più adeguate a seconda dei casi.

M: Io sono responsabile del laboratorio di analitica e seguo anche la parte di amministrazione, tengo sotto controllo il budget, mi interfaccio con la commercialista e chi gestisce le buste paga, e altre attività di questo tipo. Poi anche io mi occupo dell’organizzazione del lavoro di produzione e dell’interfaccia con i clienti. Talvolta questo è un punto molto delicato: bisogna capire bene quali sono le richieste dei clienti e assicurarsi che si stia fornendo effettivamente il servizio/prodotto richiesto.  Infine, mi occupo anche della certificazione di qualità, attività necessaria per alcune produzioni, che richiede molto lavoro perché va tutto tracciato. Inoltre, c’è voluto molto anche per mettere in piedi il sistema di certificazione. Un altro aspetto di cui ci occupiamo e che non è facile, è fare i preventivi: bisogna imparare a stimare il valore economico di un lavoro, facendo previsioni sul tempo necessario

Per il vostro lavoro, che cosa vi è servito di più degli studi che avete fatto e che cosa invece avete dovuto imparare da sole in seguito?

M: Sicuramente la cosa più importante che mi sono portata dietro dagli studi è stata l’apertura mentale per comprendere cose nuove: ci sono state date delle basi utili per approfondire i contenuti specifici che ti servono nel lavoro. Per esempio, l’acquisizione di tecniche di ragionamento che permettono di capire processi e concetti nuovi.

P: Quando studiavamo noi, la preparazione universitaria indirizzava prevalentemente alla carriera della ricerca, per cui abbiamo dovuto colmare molte lacune su aspetti tecnici e imprenditoriali che ci servivano per costruire la nostra impresa.

Quali sono le difficoltà più rilevanti al giorno d’oggi per un’azienda come la vostra?

P: In Italia non ci sono molte aziende che fanno service per le farmaceutiche come noi, si contano sulle dita di una mano, invece all’estero sono più diffuse, soprattutto negli Stati Uniti, ma non solo. Alcune di queste possono offrire servizi analoghi ai nostri ma a prezzi più competitivi, perché sono in zone dove il costo della vita è più basso. Per noi è difficile essere competitivi sulla semplice sintesi di una singola molecola, ma tutto cambia quando si parla di un’attività di servizio più articolata, che dura anni, in cui adattiamo in corsa la nostra produzione a nuove esigenze, seguiamo i clienti passo a passo nella scelta di soluzioni migliori. Si tratta di un servizio complesso, che richiede molto tempo ma che a conti fatti ripaga.

Ci sono dei cambiamenti nel vostro settore?

P: In Italia c’è una grande tradizione di aziende che fanno principi attivi per aziende europee (in  proporzione in Germania e in Francia, sono molto meno), i quali vengono prodotti a partire da prodotti chimici che spesso vengono dalla Cina, dall’India o comunque dall’estero. Con la pandemia ci sono stati diversi problemi di approvvigionamento, per cui ora si stanno valutando vie alternative per essere più indipendenti. Questo aspetto riguarda anche noi per altri versi. Ora, probabilmente come conseguenza collaterale dei problemi generati dalla pandemia sulle produzioni e sulle spedizioni, ci accorgiamo che c’è una minore tendenza a guardare all’estero e una tendenza a riportare in Europa almeno certe produzioni e questo potrebbe ridarci un vantaggio competitivo, ma non sarà semplice.

SCIENZA IN PRATICA

Che cos’è uno standard di riferimento?

P: Quando leggi il bugiardino di un farmaco, trovi indicati il principio attivo e l’elenco degli eccipienti. Ci sono aziende che formulano il farmaco, che può essere una pastiglia o uno sciroppo, per esempio: comprano il principio attivo, aggiungono i vari eccipienti, quindi lo confezionano. E quello è un tipo di azienda farmaceutica. C’è poi un altro tipo di azienda, quella che produce il principio attivo farmaceutico, che sostanzialmente è una molecola; piccola o grande che sia, questa molecola deve essere pura al di sopra di un valore fissato dalla normativa, per esempio, al 98%. Per determinare questo valore sono necessari metodi analitici validati ed è una parte del nostro lavoro. Come in tutte le attività, per essere sicuri di avere raggiunto un certo livello di qualità occorre il confronto con un riferimento (o standard) di cui sia stata in precedenza certificata la qualità. Gli standard primari sono sostanze certificate, commercializzate da enti qualificati e possono essere molto costosi (migliaia di euro per qualche centinaio di milligrammi). Operativamente, visto che durante le analisi si consumano discrete quantità  di questi standard, si utilizzano i cosiddetti standard secondari o working standard, cioè sostanze il cui titolo viene determinato per confronto con lo standard primario. Parte del lavoro di Alchemy è la sintesi di questi standard secondari.

A volte, però, c’è l’esigenza di sapere cosa c’è in quel 2% rimanente rispetto al titolo indicato del 98%. In genere si tratta di sottoprodotti della sintesi del principio attivo, che vengono genericamente indicati come impurezze. Le normative che regolano la produzione di prodotti farmaceutici (così detti drug product) e dei i principi attivi (drug substance), indicano i metodi ufficiali per le analisi (sono restrittivi, ma le aziende in genere utilizzano per i controlli interni metodi ancora più restrittivi) e fissano i limiti per queste impurezze, obbligando,  al di sopra di certi valori (per esempio, 0,1%), a identificarle e caratterizzarle. Se l’impurezza è nota, il confronto con lo standard di riferimento (primario o secondario) indica il contenuto nella impurezza. Nel caso in cui l’impurezza non sia nota occorrono delle indagini molto più approfondite che possono arrivare a mettere in discussione l’intero processo chimico. Con l’aiuto di particolari tecniche analitiche (LC-MS ad alta risoluzione o spettroscopia NMR) e  con la conoscenza del processo e dei reattivi coinvolti,  è possibile arrivare a capire la struttura chimica della impurezza incognita e la sua genesi. Spesso collaboriamo con i nostri clienti a indagini di questo tipo che  richiedono l’isolamento  di queste impurezze  da aliquote di sostanze delle quali costituiscono  percentuali molto basse. Terminata l’identificazione, spesso  ci viene richiesto di effettuare la conferma per sintesi, che vuol dire mettere a punto specifici processi di sintesi, spesso diversi da quello usato per ottenere il principio attivo.

Se applicando lo stesso  metodo di analisi,  per esempio il metodo HPLC,  i due riferimenti (la molecola isolata  e quella sintetizzata) danno la stessa identica risposta, questo significa che l’impurezza incognita ha effettivamente la struttura ipotizzata.  L’identificazione di queste impurezza è molto importante, non solo perché è necessario tenerle sotto controllo, ma  perché permette di individuare i punti critici del processo e quindi i miglioramenti che è possibile attuare

LE FIGURE PROFESSIONALI

Quando si lavora in una piccola azienda farmaceutica che offre servizi per altre aziende ci si deve interfacciare con diverse figure professionali. Da quelle di supporto per l’attività, come persone che si occupano della contabilità e della manutenzione della strumentazione, ad aziende fornitrici di prodotti chimici di base. Questi, infatti, si comprano da aziende specializzate che li producono per i laboratori e per l’azienda. Poi ovviamente ci sono i clienti, ossia le aziende che richiedono il servizio: solitamente le persone con cui si interfaccia per concordare il lavoro fanno parte degli uffici di controllo qualità, della produzione, della ricerca e sviluppo. Invece, contratti e fatture sono gestiti dagli uffici acquisti. Il lavoro nel laboratorio richiede in genere una laurea in Chimica o analoghe.

Per approfondire prospettive occupazionali e percorsi di studio, leggi Obiettivo: ricerca e produzione chimica.

 Aggiornato al 21 marzo 2021

Passone-Manfredini

Fotografie per gentile concessione di Elisabetta Passone (a sinistra) e Stefania Manferdini (a destra)