Orientamento

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Idee per il tuo futuro: dai tuoi interessi al mondo del lavoro

L’intelligenza artificiale per un futuro con meno imprevisti

Intervista a Giulia Baccarin, ingegnera biomedica che sviluppa algoritmi predittivi per un futuro più equo

Immagine di copertina per gentile concessione di Giulia Baccarin

Fondatrice di un’azienda che si occupa di tecnologie predittive, Giulia Baccarin, ingegnera biomedica, oggi ha come obiettivo personale e professionale quello di rilanciare la robotica e l’intelligenza artificiale in Italia, dopo una lunga esperienza lavorativa e formativa in Giappone. Attenta per vocazione alla sostenibilità e all’inclusività, propone lo sviluppo di algoritmi capaci di scongiurare le discriminazioni sociali, per un futuro più equo. Nel suo lavoro aiuta imprese e fabbriche a prevedere i guasti sfruttando strumenti predittivi all’avanguardia, adatti a un modello di industria 4.0.

Come è arrivata a fare questo lavoro così innovativo e quali difficoltà ha incontrato?

È stato frutto del caso il finire a occuparmi di robotica e di manutenzione predittiva, di certo non prevedevo di intraprendere una carriera in questo settore, visto anche che durante il mio percorso di formazione una simile professione non esisteva affatto. Solo con il tempo, maturando esperienze e nuove consapevolezze, mi sono resa conto di volere fare proprio questo tipo di attività.

A posteriori posso dire che è stato un percorso molto bello e altamente formativo anche dal punto di vista umano, ma durante il cammino non sono mancati i momenti di sconforto. Posso dire che se avessi ambito ad avere una gratificazione immediata allora sarebbe stato meglio puntare a un settore diverso perché, soprattutto all’inizio, si è rivelata una vera e propria sfida. Ricordo che, quando ho iniziato a lavorare come capo dell’azienda che ho fondato, per cinque anni interi non mi sono pagata lo stipendio, e le persone con cui parlavo nemmeno avevano mai sentito parlare dell’attività che stavamo portando avanti. Tutt’ora quando intraprendo un progetto nuovo non so se sarà un successo o un fallimento, ma d’altronde questo è il bello di questo mestiere: in generale il percorso dà grandi soddisfazioni e gratificazioni, ma non arrivano subito né sono scontate.

Dato che, appunto, non è ancora un argomento noto a tutti, può spiegarci che cosa si intende con manutenzione predittiva?

La manutenzione predittiva è caratterizzata dall’uso di varie tecniche per prevenire danni a particolari sistemi, attraverso sensori intelligenti attivati da algoritmi progettati appositamente. La logica scientifica che c’è dietro non ha sempre le stesse basi, ma varia a seconda del caso specifico. Lo scopo invece è sempre lo stesso: predire e prevenire eventi avversi. Per esempio, nella manutenzione predittiva delle macchine rotanti – come nastri portabagagli, motori e compressori – il concetto scientifico di fondo è che, attraverso lo studio delle vibrazioni generate dalle macchine mentre si muovono, è possibile sapere fino a 6 mesi prima e con il 98% di affidabilità quali sono i difetti che una macchina svilupperà, e in quale momento.

La manutenzione predittiva non è così diversa dalla medicina predittiva, dove attraverso una formulazione matematica si è in grado di diagnosticare in maniera approfondita l’evolversi dello stato di salute. Così come è possibile, con un buon livello di precisione, prevedere l’insorgenza delle malattie con anticipo, allo stesso modo si può sapere dove e come si verificherà un problema, un guasto o un malfunzionamento all’interno di un macchinario o di un impianto. Tutto ciò può essere implementato sfruttando sistemi di monitoraggio specifici che si basano sull’analisi di vibrazioni o di altri parametri ritenuti significativi. I benefici di queste soluzioni sono molteplici: incrementare la produttività, ridurre i costi, facilitare la gestione e la manutenzione dei macchinari, aumentare la sicurezza e tanto altro.

Quali esperienze si sono rilevate più formative per il lavoro che sta svolgendo?

Tutto ciò che ho fatto si è dimostrato in qualche modo utile: a volte gli studenti si chiedono il motivo di certe attività e ritengono di perdere tempo, ma in realtà con il passare degli anni ci si accorge che anche ciò che si reputa noioso o poco stimolante si dimostra importante, magari a distanza di 5 o 10 anni, per il percorso di crescita. Posso dire di avere perso molto tempo a chiedermi a cosa servissero certe materie che studiavo, ma in realtà sarebbe stato molto più utile concentrarsi sul farle al meglio e trarne i migliori insegnamenti possibili.

Molti ambiti stanno cambiando rapidamente, e sapere come e quando tornerà utile quello che fai oggi è pressoché impossibile, ma ora – a posteriori – ho la consapevolezza che tutto è servito, che nulla è stato inutile. Questo vale sia in ambiente scolastico sia extrascolastico: penso alle mie esperienze di gruppo giovanili, dove semplici giochi di strategia o attività in gruppo mi hanno permesso di sviluppare capacità che si sono rivelate essenziali nel mondo del lavoro. Probabilmente l’esperienza più formativa in assoluto per me è stata quella in Giappone, dove sono rimasta per anno grazie a una borsa di studio finanziata dall’Unione Europea. Mi sono trovata catapultata in una realtà tutta nuova, dove ho avuto la possibilità di crescere sia a livello professionale sia sociale, impegnandomi anche per una maggiore inclusione reale delle donne e degli stranieri.

Quali sono gli elementi che ritiene facciano del suo lavoro un’attività affascinante?

Anzitutto la possibilità di rendere il mondo un posto migliore attraverso le tecniche predittive: potere prevenire i possibili danni futuri agli impianti è una sfida molto affascinante non solo dal punto di vista professionale e tecnico, ma pure da quello umano. L’esondazione di un fiume, un’alluvione o un evento atmosferico intenso non possono essere previsti con largo anticipo, ma è comunque possibile gestire al meglio i sistemi di protezione per evitare i problemi più significativi. Per esempio, le paratoie possono essere regolate in modo da favorire il deflusso dell’acqua ed evitare i danni nelle aree abitate. Nei macchinari industriali invece si può prevedere una potenziale rottura con grande anticipo, e intervenire per scongiurarla: mi piace pensare che le innovazioni tecnologiche che realizziamo siano in grado di migliorare la sicurezza, l’efficienza e la sostenibilità delle fabbriche.

L’altro aspetto che amo riguarda l’aggregazione e il coinvolgimento di più persone, impegnate nel progettare software in grado di apportare benefici concreti. Molto spesso ci si trova a rapportarsi con giovani con idee brillanti e all’avanguardia: provare a sviluppare insieme a loro applicazioni pratiche utili e funzionali è una sfida che rende unico il mio lavoro. A volte il contributo di esperti di altri settori è fondamentale, perché è un ambito in cui non esistono regole e spesso non esiste una soluzione unica per ciascun problema.

Nella sua carriera ha sempre prestato grande attenzione a inclusività e parità di genere: ci sono stati momenti che la hanno segnata in questo senso?

Per la mia tesi di laurea in ingegneria biomedica ho prodotto un dispositivo indossabile per prevenire le cadute negli anziani, che sappiamo essere un fattore primario che nel ridurre la mobilità e nel determinare il degrado fisico. Per realizzare il dispositivo avevo costruito un sistema elettronico collegato a una maglietta della salute che, attraverso un algoritmo specifico, riusciva a prevedere il momento della caduta prima dell’impatto a terra. Per permettere il funzionamento del dispositivo feci simulare a tutti i miei compagni di corso varie tipologie di caduta, ma erano tutti maschi. Senza rendermene conto, avevo realizzato un sistema pregiudizievole, utile a prevedere le cadute degli uomini ma incapace di farlo per le donne, che camminano in modo strutturalmente diverso. Il mio non era certo l’unico algoritmo maschilista, ma in alcuni settori è una prassi diffusa e nelle stanze dove si progettano gli algoritmi di intelligenza artificiale non c’è ancora equità. Per evitare che il futuro sia limitato dalla visione di un gruppo o di un altro è necessario prestare la massima attenzione alla programmazione degli strumenti ad alto contenuto tecnologico.

In termini concreti, come si svolge la sua giornata lavorativa?

Lo scopo del nostro lavoro è prevedere e anticipare ciò che avverrà in futuro, proponendo tecnologie complesse in grado di prevenire guasti e danni alle infrastrutture. Nella quotidianità, all’interno di Mipu svolgiamo attività di analisi per conto di clienti come aziende, o enti pubblici. Una parte importante dell’attività consiste proprio nello studiare gli elementi e i parametri che possono condizionare il raggiungimento dell’obiettivo prefissato. Segue poi tutto l’iter per l’ideazione, ossia la ricerca di una possibile soluzione che dia una risposta a domande prima di carattere generale e poi sempre più specifiche. La fase di creazione è quella più variegata, in quanto ci si confronta a lungo con il gruppo di lavoro e si cerca di produrre la soluzione tecnologica più adatta alle esigenze, verificando in laboratorio i progressi raggiunti. Di solito ci si alterna tra attività sul campo in tuta e scarpe da lavoro da un lato, e dall’altro compiti da ufficio al computer per progettare e capire dove focalizzare le attività.

Per potere svolgere questo lavoro serve una preparazione specifica?

Lo studio è una condizione necessaria ma non sufficiente per riuscire bene nel mio lavoro. Attraverso il percorso di studi all’università ho imparato – elemento non da poco – ad approfondire e a interessarmi a vari ambiti. Bisogna avere voglia di porsi dei quesiti e di cercare delle risposte, sfruttando la creatività e tutto il bagaglio di nozioni che si ha a disposizione. Quello che serve più di tutto del mio mestiere è lo spirito imprenditoriale, la capacità di creare qualcosa di nuovo partendo da un problema iniziale da risolvere. Queste cose non si imparano in un contesto di formazione specifico, ma dipendono soprattutto dall’attitudine della persona e dalla sua volontà di mettersi in gioco. Io, di fatto, non ho seguito un percorso di formazione lineare e attinente al lavoro che svolgo oggi: ho frequentato il liceo linguistico e poi ingegneria biomedica. Sarebbe stato più coerente per me avere frequentato un istituto tecnico e poi ingegneria meccanica o energetica. In realtà, però, anche il metodo e l’approccio tipico del liceo classico mi hanno aiutato parecchio, dunque non mi sentirei affatto di dire che ci siano percorsi obbligati. Altri ambiti di studio che si possono rivelare azzeccati all’interno di un’azienda di tecniche predittive sono quello informatico e IT (ossia la Information Technology), ma anche tutto ciò che riguarda il design dei servizi, delle interfacce e della user experience, utili a migliorare gli aspetti comunicativi e relazionali.

LE PROFESSIONI

La manutenzione predittiva è un’attività che sta diventando sempre più rilevante e impiega figure professionali diverse, tra cui persone con una formazione in:

  • informatica
  • progettazione (designer)
  • ingegneria meccanica
  • ingegneria energetica

Si tratta di un’attività richiesta da sempre più aziende, ma che coinvolge anche la politica, le amministrazioni locali e altri stakeholder per progetti di grande impatto sociale, per esempio, quelli di smart city.

Aggiornato al 21 marzo 2018