Orientamento #STEM

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Dai tuoi interessi al mondo del lavoro

Progettare le batterie del futuro: sostenibilità e ambiente

Intervista a Simone Monaco, chimico specializzato nello sviluppo di nuove batterie per veicoli elettrici

Immagine di copertina gentilmente concessa da Simone Monaco

Dottorato e laureato in chimica all’Università di Bologna e specializzato in elettrochimica, Simone Monaco ha concentrato i suoi studi e la sua attività di ricerca sulle batterie e sui sistemi di accumulo dell’energia. Dopo avere lavorato nel settore automobilistico e aver partecipato a progetti sulla mobilità elettrica e l’elettrificazione, ora è una figura di riferimento in un’azienda che si occupa del futuro di questo settore. Il suo lavoro è al confine tra promozione della sostenibilità, ricerca ingegneristica ed efficientamento dei sistemi di accumulo di energia.

Quali sono gli aspetti più stimolanti e affascinanti del suo lavoro?

Per le mie caratteristiche personali, adoro lavorare motivato dalla curiosità e dalla voglia di scoprire. Nella mia carriera è sempre stato così: il desiderio di conoscere è la base della mia quotidianità e del mio impegno lavorativo. Per questo mi piace esplorare nuovi sistemi ingegneristici, oggi in particolare legati alle batterie.
Preferisco un approccio diverso da quello esclusivamente scientifico, che si differenzi dai soli modelli teorici di stile accademico, cercando di avere un quadro complessivo della situazione. Mi piace arrivare a fare funzionare nella pratica il dispositivo, risolvendo anche quei problemi apparentemente banali, come per esempio capire perché i contatori di un pacco batterie non funzionano come dovrebbero. Trovo molto gratificante arrivare a realizzare qualcosa che alla fine funziona e produce un beneficio.

Ha una routine lavorativa costante o varia i suoi impegni di giorno in giorno?

Io mi occupo di veicoli elettrici, non solo a quattro ruote. Principalmente la mia giornata lavorativa si svolge in ufficio, perché una buona parte del mio lavoro consiste nel creare documentazione per determinare le specifiche tecniche, verificandole con i colleghi e con i fornitori. Occorre poi valutare gli esisti dei test di funzionamento, sempre in collaborazione con il gruppo di lavoro che si occupa del progetto.

La mia giornata tipica prevede anche momenti più pratici: valuto personalmente, stando sul veicolo, l’efficacia dei prototipi che sperimentiamo, con un’attenzione particolare alla sicurezza. Quindi passo spesso dall’officina agli uffici, con qualche momento su pista per svolgere i test specifici che richiedono alte velocità di percorrenza. Alle volte lavoro anche fuori sede, per esempio quando devo valutare la funzionalità di un componente in un test di crash. In queste situazioni è mio compito verificare che tutte le procedure vengano svolte correttamente, quindi devo seguire tutto il processo utilizzando le mie capacità di valutazione maturate in anni di esperienza.

Ci sono competenze che ritiene decisive e indispensabili per svolgere il suo lavoro?

Nonostante mi occupi di un ambito prevalentemente ingegneristico e collabori con molti ottimi ingegneri, che hanno un approccio alle problematiche tipico della loro formazione, le mie conoscenze scientifiche, almeno in ambito del mondo delle batterie, credo siano molto importanti. La figura dell’elettrochimico – che a quanto mi risulta non è sempre presente nelle aziende in cui si producono veicoli elettrici – diventa rilevante in particolare in ambiti in cui occorre anche comprendere come funzionano e come sono fatti i singoli componenti. Con un elettrochimico in squadra si ha meglio il polso della situazione, e diventa possibile fare scelte ingegneristiche più consapevoli. I miei studi mi permettono di determinare alcuni elementi tecnici specifici: voltaggi, correnti, temperature e tanto altro indispensabile per rendere la sperimentazione più efficace. Un’altra caratteristica che si dimostra fondamentale è la capacità di risolvere problemi, ossia essere in grado di ragionare e di trovare soluzioni pratiche in tempi rapidi. Qui entra in gioco la mia formazione scientifica, soprattutto il dottorato di ricerca, dove ho maturato la capacità di affrontare i problemi. Quando si tratta di capire come mai le cose non funzionano, lo studio non sempre è sufficiente, ma bisogna avere consapevolezza dei processi e andare nello specifico delle varie discipline.

Dopo gli studi accademici, quali consapevolezze ulteriori ha maturate?

Nel mio percorso il mondo del lavoro ha coinciso con la realtà aziendale, e proprio in questo contesto ho appreso una caratteristica particolare che definirei malizia. Mi spiego meglio: occorre sapersi destreggiare in situazioni sconosciute, mostrandosi all’altezza della situazione anche quando non si è completamente sicuri. Se si appare come incerti e insicuri, infatti, il mercato del lavoro ti schiaccia e non ti permette di esprimere le tue reali capacità. Durante gli studi, fino al dottorato, non ho avuto necessità di prendere decisioni particolarmente impegnative, ma quando sono arrivato a lavorare in azienda ho trovato un mercato molto competitivo. Più passava il tempo e più le responsabilità crescevano, e la capacità di prendere decisioni è diventata essenziale per rispondere all’esigenza aziendale di raggiungere gli obiettivi e di portare a compimento i progetti. Un aspetto da non sottovalutare è quello economico, in quanto i finanziamenti sono essenziali per coprire i costi della ricerca: bisogna sapere comunicare l’importanza dell’attività svolta e riuscire ad attirare l’attenzione degli investitori.  

Quali consigli darebbe a chi si vuole avvicinare al suo ambito lavorativo?

Vorrei focalizzarmi su un consiglio ricorrente che gli studenti ricevono alle scuole medie: spesso gli insegnanti suggeriscono ai migliori di frequentare il liceo, per ottenere una formazione più completa possibile. Ma ritengo che gli istituti tecnici, come quello che ho frequentato io, non siano affatto un’opzione di serie B, un ripiego per chi non vuole essere costretto a frequentare l’università. Infatti ho fatto quel tipo di scelta, ma ho continuato poi con l’università e mi sono iscritto a chimica, come del resto aveva predetto un professore incontrato per caso in una biblioteca universitaria. Insomma, la scelta dell’istituto tecnico non deve essere considerata come una scappatoia per evitare lo studio universitario. Occorre fare ciò che piace, per studiare bene e utilizzare al meglio quegli anni e tenersi aperte tutte le porte possibili per fare esperienza e conoscere materie nuove.

Altro elemento su cui non mi trovo d’accordo è quello di consigliare l’orientamento universitario in funzione delle prospettive di reddito future. Con questa metodologia non è possibile essere determinati, curiosi di conoscere e rispettosi delle proprie aspirazioni, ma si finisce quasi sicuramente a fare un lavoro che non si ama. Ciò che conta è la consapevolezza che sarà comunque necessario sapersi rimettere in gioco ed essere versatili. Gli studenti che intendono fare studi universitari sappiano che devono sviluppare la capacità di autogestirsi, programmando studio ed esami per evitare di perdere la direzione e tempo prezioso. Per chi poi volesse restare nell’ambiente universitario come lavoratore, la precarietà è purtroppo una caratteristica prevalente che complica molto il cammino. Per avere un lavoro più soddisfacente serve sapersi adattare anche ad andare all’estero e avere l’elasticità mentale per lavorare in ambienti e contesti diversi.

Quali traiettorie si possono percorrere per arrivare a svolgere un lavoro come il suo?

Probabilmente la laurea in ingegneria elettronica potrebbe essere considerata come la più adatta, ma non è una certezza. È il background di competenze di base il vero potenziale necessario: il percorso può essere variegato, e l’esperienza di vita non porta per forza a una destinazione predefinita. Sottolineo questo aspetto perché è quello che emerge quando mi capita di fare colloqui per assumere personale: lo studente preparato, che ha fatto buon uso degli anni di studio, si nota subito, e può provenire da ambiti di studio differenti. Questo non significa essere secchioni, ma avere saputo concentrare le energie non solo sulla teoria ma anche su quelle conoscenze che all’atto pratico sono importanti. Poi ci sono gli aspetti che la scuola raramente insegna e che troppo spesso vengono erroneamente definiti aspetti caratteriali difficilmente migliorabili. Si tratta delle cosiddette soft skills, necessarie per potere essere apprezzati e scelti: un datore di lavoro le percepisce immediatamente, e molto spesso indirizzano la scelta finale. Le competenze di comunicazione, per esempio, possono compromettere una potenziale carriera, se non sono opportunamente sviluppate.

SCIENZA IN PRATICA

Perché oggi le batterie elettriche sono così importanti?

Lo sforzo del settore pubblico e privato nell’elettrificazione è importante per salvaguardare l’ambiente e ridurre le emissioni. Negli ultimi anni si è registrato un incremento delle richieste specifiche per portare una serie di attività pesanti, come il settore automobilistico e le macchine per il movimento terra, verso il mondo dell’elettrico. Per fornire l’energia necessaria esistono in teoria molte opzioni, ma in pratica ci si sta indirizzando verso il mondo delle batterie perché è il più vicino al modello attuale. Questo trend è già evidente in molti settori: dalle batterie degli smartphone alle automobili, passando per gli spazzolini elettrici, che dal punto di vista elettrochimico condividono lo stesso modello di batteria senza alcuna differenza. Il vero problema è determinare quanta energia e quanta potenza siano necessarie per consentire a macchinari diversi di funzionare. La ricerca scientifica di base cerca di ottimizzare l’utilizzo dei materiali, per migliorare autonomia, velocità nella ricarica e durata. È una reale questione di necessità: oggi non sarebbe possibile disporre di un aereo elettrico senza avere implementato sistemi elettrici in grado di sorreggerlo. Più energia si riesce ad accumulare e più le batterie saranno durature, minori saranno i problemi, compresi quelli dello smaltimento. Dalle ricerche accademiche a quelle aziendali, ovunque nel mondo, gli obiettivi sono spesso simili e il tema della sicurezza resta sempre centrale.

SCHEDA – Le professioni

Lo sviluppo di batterie elettriche richiede le competenze che si possono maturare durante i corsi di laurea in chimica, ingegneria elettronica e meccanica. Lo sviluppo in ambito industriale richiede il coinvolgimenti di manager di progetto, di persone esperte di ingegneria gestionale e di marketing. Questo tipo di ricerche viene svolta all’interno di università ma anche di aziende attive in ambito tecnologico, che possono trarne un vantaggio competitivo ed economico sul mercato.

Per approfondire prospettive occupazionali e percorsi di studio nell’ambito chimico, leggi Obiettivo: ricerca e produzione chimica.