Orientamento

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Trasformare le idee in impresa

Intervista a Greta Radaelli, laureata in ingegneria fisica, si occupa di consulenza strategica e trasferimento tecnologico

Immagine di copertina gentilmente concessa da Greta Radaelli

Dopo un percorso di studi in ingegneria fisica incentrato sui materiali smart, ha deciso di mettere a disposizione dell’industria le sue competenze scientifiche, per fare la differenza nel mondo reale. Greta Radaelli ha guidato una startup impegnata nello sviluppo di prodotti commerciali a base di grafene, un materiale dalle enormi potenzialità ma ancora poco utilizzato. Oggi porta la sua passione per il trasferimento tecnologico, ossia la trasformazione delle nuove conoscenze scientifiche in prodotti per il mercato, nel suo lavoro per una società di consulenza strategica. La scienza, infatti, da sola non basta. Trovare la chiave per tradurre le scoperte scientifiche in valore a disposizione della comunità è la vera sfida che Radaelli vuole continuare a perseguire, anche attraverso la sua attività a supporto delle imprese.

Ci può raccontare in che modo la sua carriera è evoluta dalla ricerca scientifica al mondo imprenditoriale?

Terminati gli studi in ingegneria al Politecnico di Milano, incluso il dottorato di ricerca, ho deciso di proseguire la mia carriera in ambito accademico. Inizialmente ho lavorato nell’ambito dei nanomateriali insieme a un gruppo di ricerca a Parigi, poi sono ritornata in Italia per lavorare nella sede di Genova dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), dove oltre alla ricerca scientifica mi sono occupata per la prima volta di trasferimento tecnologico. Questo nuovo contesto era per me estremamente stimolante, e mi permetteva di interagire direttamente con le aziende e le imprese lavorando allo sviluppo di soluzioni molto concrete per le loro esigenze, poi protette e valorizzate tramite nuovi brevetti.

Da quell’esperienza mi sono sempre più appassionata al mondo del trasferimento tecnologico, e per questo nel 2015 insieme ad alcuni colleghi scienziati ho fondato una startup, di cui ho preso la guida, che si occupa di portare sul mercato un materiale altamente innovativo: il grafene. È stata un’esperienza estremamente formativa ed entusiasmante. Il passaggio da scienziata a imprenditrice non è stato affatto banale, e mi sono trovata a confrontarmi con investitori, imprese clienti e tanti altri attori coinvolti nella vita di tutti i giorni di un’azienda.

Nel 2017 ho deciso di cogliere una grande opportunità per proseguire il mio percorso di formazione, fin qui di fatto di impronta puramente scientifica, e sono entrata nella multinazionale di consulenza strategica e manageriale McKinsey. Da allora, sono impegnata nel supporto alle aziende su progetti strategici, cercando di fornire un aiuto reale nella costruzione dei modelli di business e, in alcuni casi, nel trasferimento tecnologico che resta una mia grandissima passione.

Come si svolge ora la sua giornata lavorativa? Sarà molto diversa rispetto a quando faceva ricerca…

Oggi la mia attività principale è quella di consulente per le aziende: aiuto le imprese in progetti strategici, spesso sviluppando servizi nuovi e innovativi. Ogni giorno lavoro fianco a fianco con le aziende che servo, assicurando che i progetti in corso procedano secondo i piani e discutendo possibili opportunità di interesse. Inoltre, coordino i gruppi di colleghi che sono sul campo a sviluppare ogni giorno i progetti, aiutandoli nell’impostare il lavoro e nel trovare soluzioni laddove emergano criticità. La mia esperienza nel business, dunque al di fuori del campo della ricerca scientifica, mi ha permesso di imparare il mestiere del manager e comprendere molte dinamiche che caratterizzano il mondo industriale. Un aspetto chiave della mia professione è sicuramente analizzare il mercato per individuare i principali trend che guidano gli investimenti strategici delle aziende.

Nella sua vita lavorativa ha avuto ruoli molto diversi: che cosa ha imparato da questa varietà?

Ogni esperienza lavorativa mi ha permesso di ampliare i miei orizzonti e di imparare qualcosa di nuovo. L’attività che per anni ho svolto in laboratorio mi ha fornito delle competenze tecniche specifiche ma anche la capacità di operare in gruppo e di organizzare un progetto con scadenza definite, e di comunicare efficacemente anche durante eventi pubblici. Nonostante a volte mi trovi a interagire con ambiti che conosco poco, grazie alla formazione ingegneristica ho un metodo di lavoro già consolidato che mi permette di adattarmi al cambiamento, imparando velocemente. Da ex imprenditrice, durante la mia esperienza a capo della startup dedicata al grafene chiamata Bedimensional, ho imparato le complessità che caratterizzano il trasferimento tecnologico e il lancio e la gestione di una startup. Dal laboratorio di ricerca è difficile avere la possibilità di comprenderne le dinamiche, e sono convinta che un mix di competenze sia un grandissimo valore per qualsiasi professionista, a maggior ragione quando si tratta di trasferimento tecnologico e si cerca di fare parlare mondi molto diversi.

Perché il trasferimento tecnologico è così importante?

La storia ci insegna che non sempre le invenzioni scientifiche vengono trasformate in prodotti innovativi, applicazioni pratiche che possano portare valore nella comunità. Ancora oggi abbiamo una grandissima capacità di sviluppare ricerche scientifiche, che spesso purtroppo non trovano applicazioni pratiche.

Attraverso il mio lavoro come startupper ho affrontato questo tema, cercando di portare un materiale molto innovativo sul mercato, per applicazioni reali. Ruolo critico in questo processo è giocato dalla capacità di avvicinare mondi diversi, favorendo il dialogo tra i vari attori coinvolti. Questo processo permette il passaggio di tecnologie all’avanguardia dal laboratorio alla comunità, attraverso la collaborazione tra il settore accademico quello industriale. Se c’è una cosa che ho capito attraverso il mio percorso lavorativo è che per fare questo è fondamentale combinare diverse capacità, tecniche e manageriali.

Che cosa insegna veramente l’università e cosa invece si può imparare solo su campo, attraverso l’esperienza pratica?

Il percorso universitario è fondamentale non solo per una solida formazione ma anche per la crescita personale. Credo l’ambito specifico degli studi scelto non sia vincolante per il futuro, e io ne sono una dimostrazione pratica. Tuttavia credo fondamentale sia il modo in cui viene affrontato il percorso: impegno, serietà e condivisione con i compagni di viaggio. Inoltre è molto importante fare un’esperienza all’estero, oggi requisito irrinunciabile per molte professioni: consente di conoscere nuovi paesi, usanze, rafforzare la capacità di parlare una lingua straniera, oltre a essere molto divertente.

L’esperienza accademica è un primo passo in preparazione a quella lavorativa. Mi sono ritrovata più volte nel mio percorso ad affrontare situazioni nuove, che mi hanno portato a sviluppare nuove competenze. Inoltre, l’attività sul campo è fondamentale.

Al di là delle conoscenze tecniche specifiche, quali sono le competenze necessarie per svolgere al meglio il suo lavoro?

Può sembrare banale, ma credo che la caratteristica indispensabile nel mondo lavorativo sia la voglia di imparare e di sviluppare conoscenze sempre nuove, con curiosità e il coraggio di andare anche al di fuori dalla propria zona di comfort. Non si deve cadere nella tentazione, una volta completato il percorso di studi, di sentirsi “arrivati”, quando in realtà si è solo all’inizio del percorso.

Inoltre, credo che spesso vengano sottovalutate le soft skill, sempre più importanti per potere gestire contesti complessi, caratterizzati dalla collaborazione tra attori con competenze e professionalità molto diverse. Avere buone capacità di comunicazione e riuscire a interagire con empatia con le persone sono ormai aspetti imprescindibili, che tu sia in un laboratorio di ricerca o in un’azienda multinazionale. Alcune persone hanno la fortuna di avere intrinseche queste doti, per tutti gli altri è importante investire su se stessi per imparare pian piano. L’importante, lo ripeto, è avere sempre voglia di imparare, e non cadere nel rischio della presunzione. Le opportunità di crescere e di disegnare mano a mano il proprio percorso seguendo le proprie passioni sono decisamente più di quel che si potrebbe immaginare.

SCIENZA IN PRATICA

Il grafene: quali sono le sue caratteristiche principali e le prospettive di utilizzo?

La grafite, materiale composto da soli atomi di carbonio, fu scoperta nel Sedicesimo secolo: strofinando le pecore con un minerale particolare ci si accorse che lasciava un segno duraturo nel tempo. Poco tempo dopo si utilizzò la grafite per creare le matite, che oggi ancora utilizziamo per scrivere. Servì fino al 2004, dopo molti anni di ricerca scientifica, per riuscire a isolare un singolo strato di grafite, un foglio bidimensionale, chiamato grafene. Il grafene oggi è considerato il materiale delle meraviglie perché è il migliore in assoluto per diverse ragioni: è il materiale più sottile al mondo, formato da uno strato di atomi di carbonio spesso quanto un singolo atomo. Ha ottime proprietà in termini di resistenza meccanica (200 volte superiore a quella dell’acciaio), conducibilità termica ed elettrica. E ancora, è biocompatibile e biodegradabile, quindi in perfetta armonia con i principi di sostenibilità verso cui si sta andando. Ma non finisce qui: nonostante sia forte e resistente, è estremamente leggero, flessibile e trasparente. Queste sono solo alcune delle proprietà del grafene scoperte finora, ma il mondo della ricerca continua a studiare questo materiale in laboratorio per individuare ulteriori proprietà interessanti.

Già da tempo il grafene viene utilizzato in tanti settori: produzione di batterie, matite da disegno, lampadine, prodotti per lo sport come gomme per biciclette e caschi, inchiostri e molto altro. Di fatto, costituisce un materiale perfetto per la stampa di circuiti elettrici e di altri componenti elettronici flessibili e super resistenti. L’obiettivo della ricerca, oggi, è proporre soluzioni nuove ed efficaci per rafforzare il processo produttivo e creare prodotti commerciali. Viste le proprietà, è interessante per esempio studiare la produzione di smartphone trasparenti e flessibili, da arrotolare intorno al braccio: sembra fantascienza, ma in realtà non è una prospettiva così lontana.

Le professioni

Il trasferimento tecnologico è un’attività che richiede un mix di competenze sia tecnico-scientifiche sia manageriali, e viene svolta principalmente da strutture sviluppate dalle università e da enti territoriali, come gli incubatori di azienda e i parchi tecnologici. Tra le figure professionali coinvolte, figurano persone che hanno studiato economia o ingegneria gestionale e altre che provengono dal mondo della ricerca scientifica e tecnologica. Chi lavora in queste strutture si interfaccia spesso con persone che lavorano nel mondo della ricerca e con manager delle aziende che intendono investire in progetti basati su nuove idee.