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Infermiere e ricercatore

Intervista a Davide Caruzzo, infermiere che si occupa di formazione e ricerca

Immagine di copertina per gentile concessione di Davide Caruzzo

Davide Caruzzo, 33 anni, dopo otto anni di lavoro in reparto, da quattro si occupa di formazione presso l’Università di Udine, dove supporta gli studenti anche nelle loro attività di tesi. Con il suo lavoro trasmette l’importanza della formazione continua e della ricerca in ambito infermieristico per migliorare l’esperienza di cura, fisica e mentale.

Quali sono gli aspetti più appassionanti del suo lavoro?

Sicuramente mi piace la possibilità di contaminazione continua, che viene dallo stare in mezzo agli studenti. C’è la sfida di trasmettere la passione nella professione, ma soprattutto per me quella di contribuire a formare il senso civico che una persona, non solo come infermiere, deve avere, sia nel rapporto con le persone/pazienti che, in generale, nelle relazioni sociali e professionali. Il rispetto per l’altro si traduce anche nel saper rispettare le scadenze, nell’essere trasparenti nella comunicazione, nel rendere chiare le regole del gioco, e nel non transigere di fronte a qualcuno che prova a fare il furbo.

Ci descrive il suo lavoro?

Sono un infermiere dipendente del Servizio sanitario regionale del Friuli-Venezia Giulia e, dopo anni di lavoro in reparto presso l'Azienda ospedaliero-universitaria Santa Maria della Misericordia di Udine, dal 2018 sono distaccato all’Università come docente e tutor degli studenti di infermieristica. Svolgo tre ruoli: sono coordinatore del primo anno del Corso di Laurea in infermieristica, dove devo sostanzialmente tenere le fila di tutti gli aspetti della formazione. Il secondo ruolo implica che io segua l’ingresso degli studenti nei reparti di tirocinio. Non si tratta qui di una supervisione diretta, perché non sono io a lavorare con loro in corsia, cosa che ho comunque fatto per alcuni anni, ma di coordinarmi con gli infermieri di reparto che li seguono per presidiare il loro apprendimento. Infine, c’è il mio ruolo di docente: insegno in tre corsi al primo anno del corso di laurea e seguo gli studenti durante le tesi, svolgendo con loro attività di ricerca.

Su che cosa si fa ricerca nell’ambito infermieristico?

Siamo abituati a pensare che quasi solo i medici facciano ricerca clinica, ma non è così! Gli infermieri sono coloro che lavorano sui processi di gestione della cura, sull’esperienza di malattia, all’ospedale e fuori. In gergo medico, noi ci occupiamo di caring, del prendersi cura. Sono diversi i filoni di studio: come gestire le procedure, le modalità di medicazione delle lesioni, l’andamento del recupero della capacità funzionali a seconda del reparto nel quale sono degenti. Si tratta anche qui di mettere insieme dati per capire in un certo periodo come evolvono le traiettorie e individuare fattori che possono predire il recupero durante e dopo una convalescenza. Altre ricerche ancora riguardano i caregiver, cioè le persone che si prendono cura del malato, come i familiari, un ambito dall’interesse crescente negli ultimi anni. Infine, si fa ricerca anche sugli aspetti organizzativi, cioè su come stanno gli infermieri e su quali cambiamenti dovrebbero essere compiuti in un reparto per avere maggiore engagement dei professionisti. Insomma, l’obiettivo è migliorare l’esperienza di cura, fisica e mentale, di tutte le persone coinvolte.

Che percorso ha fatto per svolgere questo lavoro?

Dico sempre che sono infermiere “per sbaglio, ma per passione”. Alla fine del liceo scientifico volevo fare medicina, perché mi piaceva l’idea di potermi occupare dei malati da vicino. Poi banalmente il test d’ingresso non è andato bene e avevo le idee più confuse che mai. Mi ero dato varie possibilità: da Scienze della formazione primaria, a Biotecnologie, fino a Lettere, una mia grande passione, includendo anche infermieristica. Alla fine, anche grazie al supporto della mia famiglia, mi sono dato tempo un anno per provare quest’ultima opzione. I primi mesi sono stati davvero impegnativi, perché ero molto preoccupato di non essere all’altezza del reparto, non avendo mai avuto esperienza diretta con i malati. Ma poi, arrivando in tirocinio, ho capito immediatamente che ero nel posto giusto per me. Mi sono laureato nel 2011 e ho iniziato subito a lavorare, prima in casa di riposo, poi nel reparto di ematologia e poi in quello di neurochirurgia. Nel frattempo, dato che ho sempre amato studiare, mentre lavoravo ho iniziato la laurea magistrale a Verona, a cui è seguito un Master di I livello a Bologna in funzioni di coordinamento delle professioni sanitarie e nel 2018 ho lasciato il reparto per essere distaccato ufficialmente al corso di laurea. Oggi sto frequentando un Master di II livello a Verona in Direzione delle professioni sanitarie, perché non bisogna mai smettere di voler crescere.

Ci sono anche altre strade, per diventare degli accademici veri e propri, per esempio dottorati da conseguirsi dopo la laurea magistrale. Non sono moltissimi quelli dedicati agli infermieri, ne conosco a Roma e a Genova, ma in realtà i laureati magistrali in scienze infermieristiche possono concorre anche a dottorati afferenti ad altre classi di concorso. In questi ultimissimi anni il panorama formativo sta cambiando molto e continuerà a evolvere, con lauree magistrali sempre più specializzate.

Tra le esperienze che ha maturato, quali sono le più utili per il suo lavoro?

Un lavoro come quello dell’infermiere, specie all’inizio, richiede dei momenti di rielaborazione delle esperienze fatte, che spesso sono dolorose. Di fatto ci si confronta con la sofferenza e spesso con la morte. Ho imparato lavorando quanto questa fase sia importante nel rapporto con gli studenti. La mia strategia è cercare di prevenire le situazioni dolorose, impostando un discorso a monte: mi interessa capire in che cosa ognuno si sente più a suo agio, in che cosa meno. Alla fine, lo vedo come un processo di destrutturazione e ristrutturazione. Io per esempio all’inizio ero molto timido, ma poi ho incontrato chi mi ha detto: “prova a vedere la tua timidezza come un sintomo di maggiore empatia che puoi avere con i pazienti, e sfruttala!” Questo per me ha fatto la differenza, e cerco di fare lo stesso con gli studenti.

Che cosa è bene sapere se si vuole fare il suo lavoro?

In primo luogo, è importante imparare a gestire il proprio tempo di lavoro. Siccome senti di poter fare del bene agli altri, tendi a sentirti sempre in obbligo di presidiare l’email o il messaggio. Ma è ugualmente importante imparare ad avere pazienza, a non pretendere di vedere il risultato delle tue fatiche il giorno successivo. Questa è la grande differenza che intercorre fra fare l’infermiere in reparto e lavorare in un contesto accademico: si viaggia a velocità differenti. Da infermiere, quando un paziente sta male tu puoi rispondere subito al suo bisogno, e spesso ricevi anche un ringraziamento. Nella progettazione invece devi avere la pazienza di capire che non puoi cambiare le cose immediatamente, ma se lavori con precisione e determinazione, imparando a digerire anche le dinamiche che non condividi, i risultati arrivano.

SCIENZA IN PRATICA

Ci può fare un esempio di un progetto a cui ha lavorato?

Recentemente ho lavorato a una tesi di laurea dove con lo studente abbiamo indagato alcuni pazienti in neuroriabilitazione, prima e durante COVID-19, per misurare la quantità di recupero e quindi l’efficacia della riabilitazione. È stata un’esperienza a 360 gradi perché ha richiesto da un lato l’applicazione di competenze di ricerca che ho appreso durante la laurea magistrale, come capire quale fosse il miglior tipo di studio da usare per l’esperimento – ne esistono diversi: prospettico di coorte, caso-controllo, descrittivo-retrospettivo – e la tipologia di paziente da includere. Sono inoltre servite competenze statistiche per verificare o meno l’ipotesi. Infine, il progetto ha richiesto una serie di soft-skill nella gestione delle relazioni con le persone coinvolte. È stata un’esperienza che mi ha fatto capire, per esempio, qual era la gerarchia da rispettare per uno studio simile e come cercare di convincere le persone più scettiche che questa idea di raccolta dati poteva essere fattibile.

LE PROFESSIONI

L’infermieristica è una disciplina che ha diversi sbocchi professionali: come emerge dall’intervista, esistono infermiere e infermieri che operano nelle strutture ospedaliere, in case di riabilitazione, in strutture territoriali con varie funzioni (diagnostiche, di assistenza a domicilio ecc.) e in ambito ospedaliero-universitario, dove si possono occupare di ricerca e formazione, per migliorare le tecniche infermieristiche e aumentare la conoscenza in questo settore.

Infermieri e infermiere che si occupano di ricerca e didattica, oltre a insegnare, si interfacciano con le persone (tutor) che seguono studenti e studentesse nell’attività pratica di formazione: per esempio, persone laureate in fisioterapia, tecniche di radiologia o di laboratorio o della prevenzione. Naturalmente lavorano con altri componenti del personale docente e ospedaliero, tra cui anche quello medico e quello amministrativo.

Per approfondire prospettive occupazionali e percorsi di studio, leggi Obiettivo: infermieristica.

Aggiornato al 21 marzo 2022

Davide Caruzzo