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Dai tuoi interessi al mondo del lavoro

Sostenibilità e agricoltura 4.0

Intervista a Deborah Piovan, agronoma e imprenditrice agricola che coniuga innovazione e tradizione

Fotografia di copertina per gentile concessione di Deborah Piovan.

Deborah Piovan, imprenditrice agricola, dirige una grande azienda nella provincia di Rovigo in cui si coltivano cereali, noci e altri prodotti ortofrutticoli destinati ad aziende che si occupano della trasformazione  in prodotti finali. In questa intervista ci racconta quali sono le sfide e le soddisfazioni del suo mestiere e di come sia importante tenere un piede nella tradizione e intanto aprire la porta alle innovazioni tecnologiche, come quelle digitali, che permettono di avere un’agricoltura più sostenibile dal punto di vista ambientale, sociale ed economico.

Al giorno d’oggi, che cosa vuol dire essere un’imprenditrice agricola?

Fondamentalmente vuol dire gestire un’impresa, cioè prendere tutti i fattori della produzione, gestirli dentro una “scatola” che è l’impresa agricola, farne uscire un prodotto che sia sostenibile economicamente per noi che lo produciamo, per i consumatori che lo devono comprare, e in modo che tutto il  processo sia sostenibile per l’ambiente. Quest’ultimo è un punto particolarmente importante per il settore agricolo, che lavora dentro all’ambiente.

Che cosa produce la vostra azienda?

La nostra azienda produce soprattutto cereali, in particolare frumento e mais; inoltre, produciamo soia, barbabietole da zucchero, noci da frutto, piselli, arachidi. Questi prodotti vengono in buona parte venduti all’industria della trasformazione. Per esempio, la barbabietola da zucchero va allo zuccherificio, il quale ne estrae zucchero che poi vende a industrie dolciarie o ai consumatori finali. La nostra soia va a impianti di disoleazione che ne ottengono olio, per usi alimentari o industriali, e le farine disoleate, che si chiamano panelli, che vanno alle industrie mangimistiche. Il grano va in parte ai mulini e ai pastifici per fare pasta, ma buona parte della nostra produzione è di semi per altre aziende agricole. Per cui deve essere particolarmente puro dal punto di vista genetico, cioè non deve essere contaminato da semi di altre piante, altrimenti si rischia di infestare i campi con piante infestanti.

Come sono le giornate lavorative in un’azienda agricola?

Il nostro è un lavoro molto vario, per molti motivi: intanto perché segue l’andamento delle stagioni e quindi nel corso dell’anno le cose da fare cambiano continuamente. E poi un anno non è mai uguale all’altro in termini climatici, di presenza di insetti e del comportamento del mercato. Infatti, dobbiamo sempre tenere un occhio sul mercato, per capire come vendere il nostro prodotto alle migliori condizioni. Fenomeni come quelli a cui stiamo assistendo oggi, di guerra o pandemici o di rialzo del costo delle materie prime, portano delle tensioni piuttosto serie sui mercati. Quindi, una delle competenze necessaria è quella di conoscenza dei mercati finanziari, delle derrate, dei prodotti assicurativi che coprono o riducono i rischi di mercati, perché un’azienda agricola è sempre molto piccola rispetto al mercato, e quindi deve proteggersi dagli alti e bassi del mercato che rischiano di farla saltare.

Che cosa le piace in particolare del lavoro che fa?

Io ho scelto questo lavoro perché ho una passione sfrenata per le scienze, e in particolare per la biologia: mi piaceva studiare come funziona una pianta, capire cosa darle per aiutarla a produrre al meglio, per mantenerla in piena salute, per proteggerla, come aiutarla a produrre in modo ottimale. Io ho scelto questo lavoro, come dicevo, per amore delle scienze, ma naturalmente l’ho scelto anche perché la mia famiglia aveva già un’azienda agricola e quindi ho pensato che potevo coniugare la passione per le scienze con gli interessi di famiglia. Io sono la più grande di tre sorelle, le mie sorelle hanno fatto altre scelte: una è ingegnera, che ora lavora con me, e una è architetta.

Che cosa consiglia di studiare per fare il suo lavoro?

Io venivo dal liceo scientifico, ho scelto il corso di laurea in Scienze agrarie, perché gestire un’azienda agricola richiede competenze e conoscenze molto varie, previste da questo corso di laurea. Per esempio, è utile lo studio dell’agronomia, ossia come funziona il sistema del campo e la coltivazione delle piante, è necessario conoscere la chimica del suolo per mettere la pianta in condizione di produrre, è fondamentale conoscere la microbiologia e la patologia, per difendere le piante dalle malattie. A questi aspetti più strettamente scientifici o tecnici, vanno aggiunti quelli economici: dagli aspetti di contabilità e bilancio a quelli di conoscenza dei mercati. Durante il percorso di studio si può decidere di specializzarsi in certi aspetti, per esempio quelli economici che servono a chi andrà a lavorare nella consulenza alle imprese agroalimentari, oppure approfondire gli studi di patologia, per chi volesse lavorare per la protezione dalle malattia delle piante e così via.

Esistono delle innovazioni particolari che richiedono una formazione specifica?

C’è un settore nuovo basato su competenze che potremmo dire di tipo ingegneristico, che è quello del digitale; in particolare si parla di agricoltura 4.0. Anche le imprese agricole, come tutte le imprese, stanno procedendo nella digitalizzazione dei processi produttivi, dove possibile. In agricoltura il digitale serve soprattutto a controllare gli input di produzione, per usarli meglio, per usarne meno e risparmiare in termini economici e di impatto ambientale. Gli input di produzione sono i fattori di produzione: nel nostro caso sono i concimi, le sementi, i prodotti per controllare le piante infestanti che entrano in competizione con la pianta coltivata, i prodotti per proteggere la pianta dalle malattie, che possono essere dovute a funghi, batteri o virus, oppure per proteggerle dagli insetti. È importante proteggere le piante perché se il raccolto non è sufficiente, tutto quello che abbiamo fatto fino al momento della raccolta va perduto, ed è una perdita sia in termini economici sia ambientali: vuol dire aver utilizzato del suolo per nulla. Siccome siamo  in un contesto di emergenza ambientale e climatica, non possiamo permetterci questo tipo di spreco, abbiamo una responsabilità nei confronti dei suoli che abbiamo tolto al sistema naturale per metterli a coltura, per produrre il nostro cibo. Perché se quei terreni non producono al massimo delle loro potenzialità, vuol dire che prima o poi ce ne serviranno altri, che magari ora sono a bosco, a prato o comunque lasciati alla natura, e lì li vogliamo lasciare. Quindi, dobbiamo essere seriamente efficienti nei terreni che già coltiviamo, ecco perché anche dal digitale ci può venire un aiuto nell’ottimizzare vari processi, come la fertilizzazione, l’irrigazione e la protezione dagli insetti (vedi Scheda – Scienza in pratica).

Può farmi un esempio di una singola innovazione frutto di più competenze?

Sì, numerose, per esempio abbiamo delle trappole a confusione sessuale, contenenti ormoni sessuali sintetizzati in laboratorio che mimano quelli di un insetto specifico. Per esempio, nel noce c’è una piccola falena, chiamata carpocapsa, che fa dei buchi sui frutti rovinandoli. Le trappole spruzzano l’ormone sintetico per il frutteto, mandando in confusione il maschio di carpocapsa, che quindi fatica a trovare la femmina: in questo modo si riducono gli accoppiamenti, e, quindi, anche il numero di larve che faranno danni. Così, posso ridurre gli insetticidi. Per costruire un simile sistema servono diverse competenze che devono lavorare insieme: non solo chi studia gli insetti e chi studia le malattie, ma anche chi costruisce tecnicamente gli strumenti digitali per raccogliere ed elaborare i dati. I modelli di previsione delle malattie, inoltre, richiedono competenze matematiche per costruire gli algoritmi adeguati.

Dal punto di vista delle attitudini, che cosa serve per fare questo mestiere?

Dato che è un mestiere molto vario, ogni persona può lavorare sulle proprie attitudini per scegliere il settore specifico più adatto. Per fare esattamente quello che faccio io, bisogna amare l’andare in campagna, perché se io mi limitassi a controllare lo stato di salute del mio noceto solo al computer non farei un buon lavoro, bisogna coniugare entrambe le cose: gli strumenti digitali con la tradizione che ci viene dai nostri nonni sulla conoscenza del suolo e del sistema suolo-pianta. E questo puoi farlo solo andando nei campi. Quindi, serve la capacità di integrare tradizione e innovazione. Inoltre sono necessarie abilità nella gestione degli aspetti economici, che è una cosa che a me manca, non amo occuparmi di contabilità e bilancio. Per fortuna la mia sorelle ingegnera è venuta a lavorare con me e ho delegato a lei questi lavori che a me paiono noiosi; viceversa, a lei paiono più noiosi i miei, quindi, mettiamo insieme attitudini diverse e riusciamo a farle lavorare insieme, in quella specie di scatola di ingranaggi che è l’impresa. Infine, credo che bisogna amare lo studio, anche perché, un po’ come in quasi tutti i mestieri, bisogna continuamente aggiornarsi.

Come è cambiato il settore dell’agricoltura?

Il mondo dell’agricoltura è cambiato profondamente negli ultimi decenni. Quando ho iniziato a lavorare, il consumatore si aspettava cibo sano, sicuro e a buon mercato. Adesso anche, ma l’accesso al mercato è diventato molto più complicato perché i nostri costi di produzione continuano ad aumentare, il prodotto di importazione è più competitivo ed è necessaria una nuova abilità che è quella di saper comunicare. È una cosa che non abbiamo mai fatto: non abbiamo mai molto raccontato come lavoriamo e abbiamo sbagliato.

Quali sono le sfide più importanti?

Il cappello è quello della sostenibilità, ma si declina in molti aspetti: ambientale, economica e sociale. Quella ambientale è principalmente una sfida di ottimizzazione dei fattori che hanno un impatto sull’ambiente e che bisogna usare di meno e meglio. E in questo ci viene molto in aiuto il digitale, ma anche il miglioramento genetico. Per esempio, le biotecnologie permettono di migliorare le piante che coltiviamo: ci sono tantissimi studi, molti progetti. Ma la società non le vuole, perché ha paura, non le conosce. Questo è un caso in cui abbiamo mancato nella comunicazione, nel coinvolgere la società nella valutazione di quelli che sono i problemi della produzione del cibo, che non riguarda solo noi agricoltori, ma riguarda tutta la società: tutti devono mangiare. Bisogna coinvolgere la società nel processo di decisione su quali strumenti utilizzare e quali non utilizzare, perché c’è una responsabilità anche nello scegliere cosa non utilizzare, dato che ha delle conseguenze. Da una parte è una questione di responsabilizzazione della società, dall’altra di rispetto e condivisione del processo decisionale.

La preoccupa il cambiamento climatico?

Tantissimo. In particolare mi preoccupa molto l’innalzamento dei mari.  Se, come ipotizzato da alcune stime, i mari salissero di 7 metri, la mia azienda sparirebbe, perché  già ora è 3,5-4,5 metri sotto il livello del mare. Infatti, c’è un sistema di bonifica che pompa costantemente, anche durante l’estate, l’acqua in eccesso. Questo riguarda buona parte del territorio della provincia di Rovigo e di Venezia. Per tenere in sicurezza le cittadine che si trovano nella aree, è necessario fare andare le pompe idrovore costantemente, con costi che sono sempre più ulti. Un innalzamento dei mari vuol dire come prima cosa aumento dei costi, poi dislocamento sociale e perdita di posti di lavoro, oltre che di zone abitate. Quindi è un problema piuttosto serio.

SCIENZA IN PRATICA

In che modo le tecnologie digitali rendono l’agricoltura più sostenibile?

Esistono numerosi esempi di impiego del digitale per migliorare l’efficienza dei processi e ridurre lo spreco e l’impatto ambientale. Per esempio, si possono raccogliere i dati sulla fertilità del terreno a livello di microaree e usare queste informazioni per gestire l’attrezzo che gestisce la distribuzione del fertilizzante: con una centralina digitale posso controllare lo spargimento del concime e darne di più dove ce n’è bisogno, di meno dove ne serve meno. La stessa cosa vale per l’irrigazione, ci sono sistemi digitali di controllo che integrano le informazioni satellitari. I satelliti riescono a vedere il nostro campo, quanto sta, per esempio, fotosintetizzando, se è in sofferenza, se le piante hanno sete, e ci comunica questo dato per zone, quindi ci fornisce informazioni per irrigare solo dove è necessario. Inoltre, esistono anche delle sonde – in sostanza sono dei pali inseriti nel terreno - che rilevano l’umidità a diverse profondità e ci dicono attraverso un sistema computerizzato se la pianta ha sete. Una pianta irrigata secondo necessità, oltre a stare meglio, produce di più, permettendoci di usare in modo più intelligente la terra che abbiamo tolto alla natura per produrre il nostro cibo.

Un’altra applicazione utile ci viene dall’integrazione di  competenze di informatica, di matematica e di patologia vegetale (la scienza che studia le malattie delle piante) o di entomologia (la scienza che studia gli insetti). Integrare le competenze di queste discipline permette di produrre algoritmi previsionali, ossia dei modelli matematici, che descrivono matematicamente lo sviluppo delle malattie degli insetti.  Per esempio, se le temperature cominciano a salire, l’uovo dell’insetto accumula calore finché è pronto a schiudersi. Se ho una centralina meteorologica che mi rileva le temperature ambientale, il sistema informatico basandosi sul modello mi può dire a quale soglia di temperatura l’insetto comincia a schiudersi, a volare, ad accoppiarsi e io, di conseguenza, so quando inizierò ad avere l’insetto. Se queste informazioni le integro con delle trappole che catturano gli insetti e che mi segnalano se effettivamente ci sono o meno, io so se devo o meno fare un trattamento insetticida. E quindi evito di sprecare e di inquinare per nulla.

LE PROFESSIONI

All’interno di un’impresa agricola lavorano operai e operaie per le operazioni di campagna, poi ci sono figure intermedie di gestione del personale e dei macchinari, quindi periti agrari ma anche laureati e laureate in scienze agrarie. Le figure di direzione sono preferibilmente laureate in scienze agrarie con competenze di gestione di un’impresa. Esistono poi le consulenze esterne che offrono servizi alle imprese agricole, come gli studi esperti in agronomia o agrotecnica; inoltre, le aziende che producono i fattori di produzione, cioè quelle che producono sementi e fertilizzanti, assumono personale con competenze tecniche di agronomia che fanno consulenze ai loro clienti, cioè le imprese agricole.

Poi ci sono altri servizi di consulenza per la  trasformazione: per esempio, un mangimificio manda presso le aziende agricole persone specializzate in grado di dare indicazioni su come produrre al meglio i prodotti di cui ha bisogno, analizzando il contesto in cui l’azienda lavora. Questo è necessario perché c’è una profonda differenza tra terreno e terreno, tra zone geografiche diverse, tra versanti diversi di una collina.

Inoltre c’è il settore della consulenza all’irrigazione, un mondo che si sta evolvendo molto in fretta, grazie ai nuovi sistemi digitali di analisi e controllo.

Quindi, ci sono tutti gli aspetti relativi ai servizi accessori, come le assicurazioni, che si avvalgono di consulenti e di periti che vanno a valutare i danni subiti dalle aziende, in genere dovuti a grandine, siccità o patologie. Un ambito nuovo e importante riguarda la filiera agroalimentare che richiede competenze per il controllo di qualità, per studiare nuovi prodotti e per integrare nella filiera alimentare il produttore. Queste filiere cercano di mettere insieme varie competenze: agrarie, economiche e industriali per la trasformazione del prodotto.

Infine, ci sono gli strumenti contrattuali, per esempio da parte delle associazioni di categoria che fanno consulenze di tipo agrotecnico ma anche di tipo giuridico. Il diritto agrario è una disciplina a sé, e la contrattualistica in questo settore è particolare. La fiscalità in agricoltura è diversa da quella in altre imprese, perché ha una legislazione specifica: quindi servono competenze di fiscalità in agricoltura, che sono diverse da quelle di un normale commercialista.

In sintesi, è un settore che richiede tanti tipi diversi di competenze, che può accogliere le aspirazioni, le ambizioni e le attitudini più diverse.

Per approfondire prospettive occupazionali e percorsi di studio, leggi Obiettivo: imprenditoria agricola.

Il controllo su campo

Il controllo sul campo. Nella foto: Deborah Piovan e le sue sorelle; fotografia per gentile concessione di Deborah Piovan.

Trappola per feromoni

Trappola con ferormoni per la carpocapsa. Fotografia per gentile concessione di Deborah Piovan.

Centralina e antenna trasmissione dati

Centralina digitale (a sinistra) e antenna di trasmissione dati (in centro) per il monitoriaggio degli insetti; una stazione meteorologica posizionata in un campo (a destra). Fotografie per gentile concessione di Deborah Piovan.