Orientamento #STEM

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Dai tuoi interessi al mondo del lavoro

Un’impresa per orientare al lavoro

Intervista a Eva Ratti, astrofisica, fondatrice di un’impresa innovativa che collega mondo del lavoro e ricerca

Immagine di copertina per gentile concessione di Eva Ratti

Dopo 9 anni dedicati alla fisica, allo studio dello spazio e alla ricerca scientifica, Eva Ratti ha deciso di cambiare strada ed è diventata la manager di un’impresa innovativa: il suo mestiere è aiutare chi ha un dottorato di ricerca a far valere le proprie competenze nel mercato del lavoro. Ed è un piacere scoprire che nel guidare una startup tornano utili persino le lezioni apprese studiando buchi neri e stelle di neutroni.

Come definirebbe oggi il suo lavoro? E in che cosa consiste nella pratica?

Sono la fondatrice di una piccola agenzia del lavoro e di formazione, Find You Doctor, in cui non ci occupiamo solo di ricerca e selezione del personale – come accade nelle agenzie tradizionali – ma abbiamo la missione di veicolare la conoscenza scientifica verso il mondo dell’impresa. In sintesi, facciamo orientamento al lavoro per le persone che hanno terminato il dottorato di ricerca all’università, aiutandole a capire che strada prendere, e facciamo consulenza scientifica di sviluppo e innovazione per le imprese, intanto cerchiamo attraverso eventi e attività di divulgazione di fare conoscere alle persone il valore culturale per la società di chi ha un dottorato di ricerca.

Il mio lavoro quotidiano è davvero vario: spazio dall’occuparmi dell’organizzazione interna e del coordinamento fino al seguire progetti di formazione o accompagnare team di consulenza scientifica nelle imprese, poi aiuto nella gestione della community online, rispondo sui social network, ideo nuovi servizi, tengo i rapporti con i clienti e i partner, risolvo i guai e cerco di fare crescere la mia startup.

Eppure la direzione che aveva preso con i suoi studi era quella dell’astrofisica…

Fin da ragazzina sono sempre stata incuriosita dal perché delle cose. Quando è venuto il momento di decidere che strada intraprendere dopo le scuole superiori, i miei dubbi erano tra la fisica, che indaga i perché della natura, e la psicologia o filosofia, che si occupano dei perché dell’essere umano. Alla fine ho optato per la fisica, perché mi sembrava una scelta più razionale in termini di prospettive di lavoro. Conclusa la laurea triennale in fisica e la magistrale in astrofisica all’università di Milano-Bicocca non ero più certa di avere fatto la scelta giusta, perché la componente di curiosità legata all’essere umano restava insoddisfatta. Ma mi sono detta che mi ero iscritta a fisica per fare la scienziata, quindi non potevo rinunciare prima di vedere come fosse davvero questo mestiere. Così ho fatto il dottorato in astrofisica, nei Paesi Bassi a Utrecht, e i dubbi sono diventate certezze: la vita da accademica non faceva per me. Finché si trattava di imparare ed esplorare mi piaceva, ma quando arrivava il momento di concretizzare i risultati non avevo più la stessa passione.

Come ha vissuto il cambio di carriera e, soprattutto, quello che fa ora le piace?

La scelta di abbandonare la ricerca in ambito spaziale è stata estremamente sofferta, e con questa decisione ho deluso tante delle persone a me più care. La scelta così radicale è stata dura, ma ha segnato per me un momento di grande crescita: ho dovuto ammettere che ero infelice e insoddisfatta di ciò che facevo, anche se visto da fuori poteva sembrare un lavoro perfetto. Ho imparato ad ascoltare me stessa e ho trovato il coraggio di seguire il mio istinto e il mio senso della felicità. Voglio sottolinearlo: spesso non è banale per chi si occupa di scienza – e quindi pensa di dovere scegliere sulla base della razionalità – dare ascolto alla propria pancia. La felicità è un sentimento e non è qualcosa di razionale, perciò se ci si pensa bene una vera scelta razionale in questo ambito è una scelta che tiene conto anche dei fattori istintivi ed emotivi.

Se mi si chiede se mi piaccia il mio lavoro attuale, rispondo che in parte sì e in parte no. Sono orgogliosa del cambiamento che ho fatto ma non credo di avere ancora trovato la mia strada. E se da un lato ammiro chi ha una propria stella polare e segue un percorso lineare, dall’altro penso che chi ha un percorso a zig-zag diventi una persona più articolata.

La parte migliore del mio lavoro attuale è dare forma a idee nuove, poi è un lavoro in cui credo e che penso nel suo piccolo contribuisca a migliorare la società. Quando sei il fondatore di un’azienda devi dare tutto te stesso e portare avanti l’attività, facendo anche quello che non piace. Spero però di potermi presto dedicare sempre di più alle cose che amo.

Rimpiange quindi la scelta di avere fatto il dottorato, a cui ha dedicato quattro anni?

No, assolutamente: dal percorso di studi ho portato a casa molto, sia sul piano personale sia professionale. Il dottorato all’estero aggiunge valore non solo per la materia studiata, ma anche per l’esperienza professionale e lavorativa all’estero in sé. Ho visto luoghi meravigliosi – facile per chi è astrofisico e visita centri di osservazione in tutto il mondo – e ho capito veramente che cosa significhi nella pratica fare il ricercatore. Poi la scienza mi ha insegnato un metodo di approcciarmi ai problemi, una chiave di osservazione del mondo, che si applica nella professione e nella vita. La fisica non è una tecnologia ma una scienza pura, e studiarla ha rafforzato la mia voglia di concentrarmi sui principi primi delle cose, senza perdersi nei dettagli: dal risolvere i conflitti individuando il motivo di fondo per cui le persone non sono d’accordo fino alla risoluzione di questioni dirigenziali in azienda.

Si tratta di una questione di forma mentale quindi…

Sicuramente è anche questo, anzi è soprattutto questo: la forma mentale è ciò che le aziende in generale cercano in chi ha un dottorato di ricerca, prima ancora delle conoscenze specialistiche. Ma c’è pure un altro aspetto. In un mondo che dovrebbe essere sempre più guidato dai dati e dal metodo scientifico, sapere come viene costruita la conoscenza dà una chiave di lettura del mondo che è un privilegio. Dopo il dottorato non sfrutto più le mie competenze avanzate in astrofisica, ma il percorso di studi e di ricerca mi ha fatto maturare una serie di capacità trasversali che sfrutto quotidianamente: gestire informazioni e dati numerici, maneggiare le fonti e fare ricerche, capire se un’informazione sia credibile o meno, mettere insieme in forma coerente informazioni diverse eccetera.

Poi c’è la capacità di raccontare e di comunicare. Nei percorsi di ricerca questo aspetto viene stimolato, perché all’interno della comunità scientifica è fondamentale comunicare agli altri quello che si fa con conferenze, poster e divulgazione al pubblico. È un aspetto che mi ha affascinato da sempre.

Torniamo al suo lavoro attuale, a capo di una startup: quali sono le criticità che non si aspettava di dovere gestire?

Nella costruzione di una startup innovativa a partire da un’idea che non è presente sul mercato, la più grossa difficoltà che ho scoperto cammino facendo e vissuto sulla mia pelle è capire come costruire l’organizzazione del gruppo di lavoro all’interno, cioè come passare da un gruppo di persone con un’idea a una vera e propria organizzazione strutturata. Un altro problema enorme e per me inaspettato è trovare le persone giuste con cui lavorare, che abbiano una cultura e dei valori affini. Non credevo, prima di trovarmi in questa esperienza, che fosse necessario avere una vicinanza culturale con le altre persone per creare coesione all’interno del gruppo. Non si tratta ovviamente del livello di studio, ma di essere allineati su cosa sia davvero importante nel lavoro e nella vita.

A chiunque voglia lanciarsi in un’esperienza imprenditoriale consiglio anzitutto di studiare un po’ di organizzazione aziendale e di chiarirsi come si vuole che si lavori nella propria realtà, in termini di tempo, di gestione generale e di responsabilità. Potrebbero sembrare aspetti marginali quando si sviluppa l’idea, ma sono queste le cose che mettono i bastoni tra le ruote nel quotidiano. Per fare un esempio, la motivazione a mantenere una certa posizione lavorativa non dipende solo dalle competenze che vengono sfruttate, ma anche dalla coesione valoriale che si sente con l’ambiente. Quando l’azienda la crei tu, devi essere tu a mettere in piedi questo sistema in modo che gli altri possano sposare la tua visione. E non è semplice nemmeno costruire il modello di business: è un altro ambito in cui la scienza e il suo metodo mi hanno aiutata, portandomi a sperimentare con prove ed errori prima di decidere quale direzione prendere.

Quali consigli darebbe a chi volesse intraprendere un percorso simile al suo?

Direi di costruirsi delle solide fondamenta. Ossia, anzitutto avere chiaro che cosa si vuole fare e perché: questo crea grande consapevolezza di se stessi, dei valori e dei driver che fanno andare avanti anche quando si incontrano difficoltà, che sono sempre tante. Poi occorre non avere paura di sbagliare, né di prendersi la responsabilità delle proprie azioni. In termini di competenze è fondamentale sapere ascoltare molto, sapere osservare altrettanto e sapere dedurre da ciò che si osserva. Non devono mancare nemmeno la creatività e la perseveranza: di fronte alle porte che sembrano chiuse, si deve cercare se c’è una finestra, o se si possa passare da sotto la porta. Infine suggerirei di chiarirsi le idee, di cercare le persone giuste di cui circondarsi, che compensino i propri limini, e naturalmente prendere consapevolezza di questi limiti e studiare quello che non si sa. Da ultimo, ma non per importanza, studiare il mondo dell’impresa nei suoi aspetti economici e finanziari, oltre che di gestione, o portare avanti l’avventura assieme a qualcuno che li governi per noi: l’idea da sola vale poco, e per concretizzarla occorre provare, ricercare, riprovare e indagare il mercato. Anche se non lo sono più in senso formale, sono tutt’ora una ricercatrice, e seppure in un altro ambito continuo ad applicare quotidianamente il modo di fare ricerca.

SCIENZA IN PRATICA

Che cosa c’entra l’astrofisica con le scienze sociali?

Prendiamo l’esempio di come si studia l’universo. In astrofisica, lasciando da parte la novità più recente delle onde gravitazionali, tutte le informazioni che si ricavano dallo spazio giungono a noi sotto forma di onde elettromagnetiche. Si spazia dalle onde radio ai raggi gamma, passando per l’infrarosso, il visibile, l’ultravioletto e i raggi X. Ognuna di queste lunghezze d’onda ci mostra un’immagine diversa del cielo, in cui stelle, buchi neri, stelle di neutroni, pulsar e altri oggetti appaiono e scompaiono, splendono poco o tanto e mostrano aspetti diversi di sé a seconda della luce con cui li si guarda.

Osservare i corpi celesti su tante lunghezze d’onda diverse, con ciascuna banda di frequenze che contiene informazioni tecnicamente diverse e complementari alle altre, è una straordinaria metafora di come avviene in generale la produzione di conoscenza. Le lunghezze d’onda multiple, il multilivello o addirittura la più recente astronomia multi-messaggero (fatta di radiazione elettromagnetica ma anche di onde gravitazionali, neutrini e raggi cosmici, studiati in combinazione) è un approccio che deriva dalla fisica ma che si cala molto bene in molti processi sociali. Anche il mercato del lavoro, per essere gestito, richiede di mettere insieme livelli diversi e di risolvere problemi complessi e molto sfaccettati. E un dottorato in astrofisica in questo senso fa della persona un’operatrice della conoscenza in generale, più che un’esperta di una materia specifica.

LE PROFESSIONI

L’orientamento professionale post dottorato si colloca tra le attività di trasferimento tecnologico e di conoscenza, iniziative per trasferire le tecnologie e il sapere dalle università verso la società e le imprese. Lavorare in questo ambito implica collaborare con persone che si occupano delle risorse umane (selezione, management ecc.), di ricerca, sviluppo e innovazione nell’impresa (manager dell’innovazione, consulenza d’impresa ecc.) e con le persone che cercano lavoro dopo un’esperienza di ricerca durante il dottorato. Inoltre, è necessario tessere relazioni con le università, le associazioni di impresa e quelle del mondo della ricerca, con chi si occupa di formazione continua o organizza eventi, e avere competenze di comunicazione e di uso professionale dei social media.

Aggiornato al 21 marzo 2022