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Dai tuoi interessi al mondo del lavoro

Guidare una missione in Antartide: quando gestire gli imprevisti è una questione di sopravvivenza

Intervista a Chiara Montanari, ingegnera civile ed esperta di lavoro di squadra in ambienti pericolosi

Immagine di copertina gentilmente concessa da Chiara Montanari

Abituata a lavorare in ambienti pericolosi e a gestire situazioni impreviste frequenti, è stata la prima italiana a guidare una spedizione tra i ghiacci dell’Antartide. Il suo è un lavoro frutto di anni di studio e di passione smisurata per la natura incontaminata e selvaggia. La curiosità e il desiderio di guardare il mondo da un altro punto di vista le hanno permesso di affrontare sfide importanti per la ricerca e il progresso scientifico. Chiara Montanari è esperta nel coordinare e gestire gruppi di lavoro molto eterogenei all’interno dei centri di ricerca più estremi del nostro pianeta, affrontando ogni volta sfide nuove con determinazione e professionalità.

Quali sono le peculiarità del suo lavoro che più la affascinano?

Ci sono parecchi aspetti che mi appassionano, e ogni volta che intraprendo una nuova missione ne scopro di ulteriori. Anzitutto, la possibilità di entrare in contatto con tantissime persone, provenienti da settori lavorativi e di formazione differenti. I gruppi di lavoro in cui mi inserisco sono sempre molto eterogenei: proprio attraverso la diversità ci si arricchisce e si ottengono quegli stimoli necessari per affrontare le difficoltà che si incontrano ogni giorno. Viaggiare e confrontarmi con gli altri mi rende migliore sia dal punto di vista professionale sia da quello personale, permettendomi di cogliere la realtà anche da prospettive diverse e di vedere strade alternative che prima sembravano impercorribili.

Amo la natura, nella sua espressione più selvaggia e diversa: quando si scende dall’aereo e si cammina in Antartide sembra veramente di essere in un altro pianeta, con sensazioni ed emozioni uniche, difficili da raccontare a chi non ha vissuto un’esperienza simile. Mi appassionano le cosiddette scienze della complessità, perché riflettono quello che ci circonda. La natura è così straordinaria da coglierci spesso impreparati e a volte ci fa sentire impotenti, ma paradossalmente è proprio quando arriviamo a questa resa incondizionata che può portarci i doni più belli. Mi piace collegare il mio lavoro nelle spedizioni internazionali con temi di grande rilevanza come la sostenibilità, intesa come il pensare ecosistemico che rende armoniosa la sopravvivenza dell’essere umano e delle altre specie viventi.

Come si svolgono le giornate durante le missioni e quali sono gli obiettivi principali che perseguite?

Durante le missioni in Antartide il ritmo delle attività è sempre molto frenetico, in quanto i compiti da portare a termine sono numerosi e le condizioni ambientali rendono tutto molto più difficile di quanto possa sembrare. Per esempio, vengono condotti dei carotaggi e campionamenti di ghiaccio per comprendere l’andamento climatico, oppure vengono lanciati dei palloni in quota per svolgere analisi sull’aria a varie altitudini. E ancora, vengono studiate le interazioni tra Terra e Sole, per esempio per prevenire le tempeste solari che possono danneggiare i satelliti in orbita. Durante le missioni in Antartide la maggior parte delle attività sono rivolte alle ricerche sul clima, per dare una prospettiva storica e tentare di capire i possibili effetti dell’attuale riscaldamento globale sui ghiacci perenni.

In parallelo all’attività scientifica c’è poi tutto quello che riguarda la quotidianità con una base da gestire e: persone da coordinare, sicurezza da tutelare, risorse da organizzare e manutenzioni da svolgere in qualunque condizione, anche quando fuori, in piena estate, le temperature scendono al di sotto dei -50°C, o in inverno quando siamo a -80°C.

Per arrivare a fare il suo lavoro crede sia più importante lo studio o il lavoro sul campo?

Io sono laureata in ingegneria civile e proprio grazie a questo percorso formativo ho ottenuto alcune competenze davvero utili per il lavoro che svolgo. Ma, secondo me, occorre rivedere il concetto stesso di studio: studiare significa dedicarsi a quello che piace, anche se gli argomenti inizialmente sembrano lontani, sparpagliati o in opposizione tra loro: studiare è approfondire ciò che interessa, così che nel momento in cui si comprende qualcosa di nuovo lo si possa davvero metabolizzare per arricchire le nostre possibilità di visione sul mondo. Altrimenti si tratta di puro e inutile nozionismo, che non porta da nessuna parte né a livello personale né tantomeno collettivo.

Studiare ci permette così di aprire la mente e di comprendere la complessità del mondo, mentre lo specialismo esasperato in cui talvolta ci incartiamo tende a chiudere e a limitare la visione su quello che ci circonda. Per questo studiare senza fare esperienza non serve, è come scappare nelle proprie fantasticherie e chiudersi in una bolla. L’altro elemento imprescindibile per la crescita personale, che si può imparare solo attraverso il lavoro sul campo, è la capacità di confronto e la volontà di dialogare ed espandere le proprie conoscenze anche rapportandosi con realtà nuove e diverse.

Lei oggi è considerata un esempio di empowerment femminile e giovanile, ma è sempre stata così risoluta e determinata?

Quando svolgo le missioni in Antartide come capo spedizione, proprio per le caratteristiche del ruolo che ricopro, devo essere determinata e risoluta nelle scelte. Per questo motivo, molti mi ritengono un valido esempio di empowerment femminile e giovanile, ma in realtà fino a qualche anno fa ero una persona estremamente incerta sul da farsi, e da piccola immaginavo di fare tutt’altro nel mio futuro. Di fatto, il sogno della vita mi è capitato tra le mani accidentalmente, e il non avere un percorso chiaro in testa mi ha permesso di cogliere le opportunità che mi si sono presentate sul cammino. Non avere le idee chiarissime non è affatto un male, in quanto permette di ascoltare di più l’istinto e magari ci avvicina alle nostre reali passioni, quelle che sentiamo più intime e libere dal condizionamento sociale. Quando ci ripenso mi viene da sorridere, ma di fatto la mia prima volta in Antartide è stata quasi casuale: qualcuno ha letto la mia tesi di laurea e ha deciso di realizzare davvero l’impianto di riscaldamento ad alta efficienza energetica che proponevo, e da lì ho intrapreso questa bellissima carriera lavorativa.

Tralasciando le enormi difficoltà del lavorare in ambienti estremi, quali sono i principali problemi che ha dovuto affrontare durante le missioni?

Potere lavorare con tante persone diverse, sia per esperienze di vita sia per ambiti di competenza, è di sicuro un valore aggiunto, ma crea anche non poche difficoltà nella gestione del gruppo. Nello stesso team puoi trovare un ex militare, un ricercatore esperto di modelli climatici, un ex ingegnere di Formula1, un incursore dell’esercito, un esploratore e tanto altro. Oltre alle evidenti difficoltà nel gestire personalità così diverse, il problema riguarda anche il fatto che io non sono esperta in molte delle materie di interesse nella missione. Insomma, è un po’ come fare il capitano di una quadra formata da atleti di discipline diverse, e coordinare un gruppo di questo tipo è un privilegio ma anche una bella sfida. Il motore per far funzionare le cose è l’obiettivo comune e condiviso del progetto, che ci porta a confrontarci continuamente: sia a scontrarci sia a supportarci l’un l’altro.

Quali sono le caratteristiche che si devono possedere in questo mestiere?

Non è un percorso lavorativo adatto a tutti, e questo deve essere sempre tenuto a mente. Chi vuole rimanere sé stesso e non mettersi in gioco con sfide sempre nuove non può fare attività di questo tipo, perché metterebbe in pericolo la sia propria incolumità sia quella degli altri membri della squadra. Di certo non può mancare la voglia di esplorare e il gusto per l’avventura. In una parola serve curiosità, ossia l’interesse per scoprire cose nuove e la voglia di mettere in discussione il proprio punto di vista per scoprirne di alternativi ed espandere le proprie conoscenze. Per essere capo spedizione, poi, sono molto importanti anche le capacità di leadership e di comunicazione: in un contesto come quello dell’Antartide riuscire a confrontarsi e sviluppare insieme un percorso comune è essenziale per portare a termine le missioni in maniera efficacie. Un buon leader è molto di più di una persona in gamba in grado di prendere decisioni.

Che cosa significa lavorare in un contesto estremo?

Reinhold Messner ha definito l’Antartide un’esperienza sia di paradiso sia di inferno. Condivido a pieno questa espressione perché rende giustizia a quello che è il luogo più estremo del mondo, con temperature che arrivano a −93°C: tutto è congelato e non ci sono odori, rumori, movimenti. Tutto sembra fermo e congelato. Ma gli imprevisti e le svolte drammatiche sono sempre in agguato, e per questo è necessario prestare grande attenzione a tutto ciò che accade. Anche dal punto di vista psicologico è molto complicato: per esempio, durante alcuni mesi d’inverno, quando si entra nella notte polare e il giorno scompare, gli aerei non possono raggiungere la base per il troppo freddo e si rimane di fatto isolati dal mondo.

Non esistono scuole specifiche che preparano ad affrontare condizioni di questo tipo: si fanno molti corsi di addestramento con le forze armate, con gli incursori, con i medici e gli alpini per abituarsi ad affrontare sfide nuove e a gestire la pressione nei momenti di difficoltà. Ma la realtà è che nulla ti prepara veramente a quello che dovrai affrontare una volta giunto in Antartide. Il capo spedizione, in più, ha anche la difficoltà aggiuntiva di prendere decisioni: si ascoltano tutte le idee dei membri del team ma poi spetta a lui o lei scegliere cosa fare, spesso con poco tempo e la pressione di una condizione tutt’altro che rassicurante.

Le viene in mente un esempio emblematico che metta in luce le capacità davvero utili in un contesto come quello antartico?

La sfida principale del mio lavoro consiste nell’affrontare i momenti di crisi e trovare soluzioni a situazioni complicate. Una volta, durante una spedizione in Antartide alla guida del team belga, ho dovuto gestire una sfida impossibile da prevedere. Il viaggio fila liscio ma all’arrivo ci accorgiamo che la base è stata sabotata e saccheggiata: sono state portate via la maggior parte delle attrezzature di infermeria e le scorte di cibo. Subito ho pensato che non ci fosse più niente da fare: l’unica soluzione era annullare la missione e tornare a casa. Dopo qualche ora di grande sconforto, abbiamo riorganizzato le risorse a disposizione e, sfruttando le competenze di tutti i membri del team, abbiamo portato a termine tutti i programmi di ricerca previsti. Proprio in quell’occasione, dagli esperimenti condotti sono emersi risultati inaspettati e scientificamente rilevanti. Quella volta fu terribile, ma gli imprevisti e le sfide complicate sono all’ordine del giorno in quel contesto lavorativo e senza capacità di improvvisazione e di adattamento alle circostanze che si presentano è davvero difficile riuscire a portare a termine le missioni.

Le professioni

Una spedizione scientifica in Antartide richiede la partecipazione di diverse figure professionali, da persone con specifiche competenze tecnico-pratiche, scientifiche, mediche, psicologiche, in ambito della meteorologia a trainer che preparano alla spedizione, per esempio provenienti dall’Agenzia spaziale europea. Inoltre, è necessario un team in grado di costruire le basi e di supporto logistico e per la comunicazione radio.

Per approfondire prospettive occupazionali e percorsi di studio, leggi Obiettivo: ingegneria civile.

Spedizione artica
Immagini per gentile concessione di Chiara Montanari