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Ridare vita agli oggetti d’arte

Intervista a Carlotta Scardovi, restauratrice che si occupa di conservazione di opere d’arte

Immagine per gentile concessione di Carlotta Scardovi

Carlotta Scardovi è una restauratrice che si occupa di conservazione. Appassionata d’arte e in generale “di cose belle” ha una propria attività professionale dove restaura dipinti e opere d’arte di vario tipo per enti pubblici e privati.

Che cosa trova più esaltante del suo lavoro?

Adoro il mio lavoro; dopo anni che faccio la restauratrice vivo la mia professione con la passione di quando ero ragazza. Continuo a provare la sensazione bellissima che mi ha sempre dato vedere la progressione del lavoro che svolgo, cioè osservare un oggetto che si trova in uno stato di degrado – sia esso un dipinto, una pala d’altare o un affresco – che ritorna al suo stato originario. Mi emoziona sapere che le mie mani hanno reso possibile la conservazione di quell’opera d’arte, magari antica, per i secoli a venire e per le persone che in futuro si incanteranno davanti a essa.

Ci spiega che cosa fa di preciso chi si occupa di restaurare opere d’arte?

Bisogna innanzitutto avere una qualifica, e fortunatamente da qualche anno il mestiere è stato normato con un Contratto Nazionale e una formazione comparabile da università a università, rendendo più omogenea la preparazione dei futuri restauratori. Oggi quasi tutto il lavoro di restauro viene da enti pubblici come musei, fondazioni, comuni, a differenza di quello che accadeva fino a vent’anni fa, quando il mercato antiquario era molto fervente. Ora è praticamente scomparso, per una questione culturale; chi ha possibilità economiche oggi difficilmente investe in antiquariato, che richiede conoscenze di storia dell’arte, preferendo orientarsi verso il design. 

Normalmente si lavora in questo modo: un ente indice una gara d’appalto a cui possono partecipare dei liberi professionisti singoli oppure studi più grandi, a cui viene chiesto di presentare un progetto per il restauro dell’opera in questione. Questo significa per noi fare un sopralluogo, analizzare i “malanni” dell’opera da restaurare e studiare la scheda conservativa della Sovrintendenza. Formuliamo quindi il progetto di restauro e un preventivo. Se vinciamo la gara d’appalto, si parte con il lavoro vero e proprio, che viene seguito dall’inizio alla fine dai funzionari della Sovrintendenza.

È un lavoro solitario o in squadra?

Il restauro non è più, come un tempo, un lavoro solitario, ma si agisce quasi sempre in team, con il contributo di scienziati come chimici, fisici, storici dell’arte e ricercatori. Prima di mettere letteralmente le mani sull’opera vi è un’ampia fase di studio dei materiali costitutivi e dello stato di conservazione dell’oggetto, che prevede una serie di analisi chimiche, fisiche e anche fotografiche. Su opere di un certo pregio si eseguono dei prelievi di materiali che vengono sezionati e analizzati dai chimici per ragionare insieme su come intervenire e su quali metodologie applicare. Spesso vengono eseguite radiografie, che consentono di vedere se ci sono sotto i disegni preparatori, e di analizzare la tecnica esecutiva di un autore, per esempio che leganti ha utilizzato per il colore. Nel caso delle sculture la radiografia permette di vederne le strutture interne, e capire la metodologia con cui è stata realizzata l’opera. Solo una volta raccolti tutti i dati, insieme al restauratore e ai funzionari della sovrintendenza che generalmente sono storici dell’arte, restauratori o architetti, si fanno le ultime messe a punto  al progetto e si parte. Il restauro vero e proprio può durare da qualche mese a molto più tempo, specie per i beni immobili come soffitti e affreschi.

Come si svolge una sua giornata tipo?

Una buona parte avviene al computer per controllare i dati emersi dalle analisi degli scienziati e per una valutazione dei progetti. Poi si va in cantiere, sia per lavorare in prima persona, che per coordinare i collaboratori. Se non vado in cantiere lavoro nel nostro laboratorio sulle opere “mobili” che dunque abbiamo trasportato da noi. Io lavoro con partita iva, in particolare ho una ditta individuale, e lavoro con un collega che ha anche lui una ditta individuale. Quando abbiamo picchi di lavoro coinvolgiamo dei collaboratori a partita iva, anche tre o quattro se necessario. È questa oggi la modalità di lavoro: da circa 10 anni abbiamo un contratto nazionale per i beni culturali che determina le regole di assunzione. Poi ci sono grandi ditte di restauro che invece possono permettersi dei dipendenti.

Tra le esperienze che ha maturato, quali sono le più utili per il suo lavoro?

Oltre all’essere andata molto “a bottega”, cioè aver lavorato per qualche anno presso studi più grandi per farmi le ossa, essendo un mestiere artigianale, nel tempo ho imparato come si gestisce un’attività libero professionale e tutte le competenze che bisogna avere per lavorare in proprio. Queste sono fondamentali per trovare bandi a cui partecipare e collaborazioni. Specie all’inizio, quando non si ha ancora “un nome” e un’attività solida. Credo che la parte manageriale dovrebbe all’inizio coprire anche il 50% del proprio tempo.

Che cosa ha imparato studiando e che cosa sul campo?

Studiando ho imparato le basi cioè le tecniche, i materiali per restaurare un’opera. Ma da quando ha finito la scuola tanti anni fa, ho studiato più di prima! La scienza continua a progredire con nuovi prodotti, e le nuove tecnologie digitali aiutano moltissimo ad analizzare le opere, a progettare. Io ho mantenuto l’entusiasmo per continuare a fare corsi di aggiornamento. Traggo molto beneficio dal rapporto con le mie allieve all’Accademia di Belle Arti di Bologna, perché imparo da loro l’utilizzo dei nuovissimi strumenti informatici.

Perché ha scelto questo lavoro?

Già da piccola avevo il pallino di lavorare nel mondo dell’arte. Non c’è un motivo preciso, è stato da sempre una sorta di richiamo. Alle scuole medie avevo un professore di disegno molto in gamba che mi ha sempre sostenuta perché vedeva in me una buona capacità di osservare le cose e raffigurarle. In terza superiore frequentai addirittura un corso estivo in una scuola di restauro a Firenze, che mi appassionò definitivamente a questo lavoro. Una cosa è importante precisare: sebbene io abbia sempre avuto la passione per il disegno e per l’arte, non sono mai stata un’artista. Forse è proprio questo il motivo che mi ha avvicinata al restauro: per essere buoni restauratori non serve – forse nemmeno bisogna – essere “artisti”. Mi spiego: non è detto che aver passione per l’arte significhi solo essere creativi. Io per esempio non lo sono per nulla; ho frequentato anche un anno di Accademia di Belle Arti, che non mi piacque per nulla, perché capii che io non ero una creativa, ma che ero una bravissima copista. Il mio punto forte è riuscire a immedesimarmi completamente in un’opera, in ciò che l’autore voleva comunicare, nella sua epoca. Questo è il mio dono: non inventare le cose, ma re-inventarle. È fondamentale sapere come si è, per scegliere il lavoro giusto. Se si è molto creativi e ci si annoia a riprodurre, beh, allora forse è meglio considerare altre professioni come l’architetto, o l’artista.

Come si arriva a fare il suo lavoro?

Io ho frequentato il Liceo artistico a indirizzo architettonico a Ravenna e successivamente una scuola di restauro privata riconosciuta dalla regione, a Firenze, che all’epoca era triennale che in realtà abilitava alla professione di restauratore. Una volta ottenuto il titolo sono stata assunta in un laboratorio di restauro a Bologna, dove ho lavorato per 5 anni come dipendente prevalentemente su tavole lignee e dipinti. Era un laboratorio molto prestigioso, da cui ho imparato il mestiere e che mi ha permesso poi si di mettermi a lavorare in proprio, inizialmente con una collega e poi per conto mio, collaborando con altri liberi professionisti.

Oggi le cose sono cambiate: sono molto numerosi gli enti che formano restauratori abilitati alla professione ad esempio istituti quali l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e l’istituto Centrale di Roma, le Accademie di Belle Arti come quella di Bologna, Napoli ed altre, nonché alcune università come l’Ateneo Carlo Bo di Urbino.

I corsi sono strutturati allo stesso modo, l’offerta formativa è uniforme proprio per immettere sul mercato figure formate in maniera simile, non come avveniva un tempo. Oggi quasi tutti gli enti formativi sono validi ma dovendo orientarsi nella scelta, è importante che la scuola offra la possibilità di vivere un contesto artistico più ampio e di usufruire di aule ben attrezzate per la parte pratica.

Il punto è che oggi in Italia solo laureandoti puoi firmare i progetti e i contratti. In alternativa esiste una forma intermedia di professione legata al restauro per chi volesse rimanere nell’ambito: quella di tecnico del restauro, che però non può lavorare con responsabilità diretta su beni tutelati, ma solo collaborare con restauratori.

Quello che bisogna sapere è che nessuno è pronto per fare il restauratore in proprio finiti gli studi. È fondamentale una fase di praticantato di  3-5 anni per poi fare il salto. Oggi tendenzialmente ci sono ditte molto grosse che si occupano di restauro dalla A alla Z, da rifare un tetto alla foderatura dei dipinti su tela, e che si avvalgono semmai di liberi professionisti.

Per concludere, che cosa è bene sapere se si vuole fare il suo lavoro?

Sicuramente che ci vuole una grande costanza. È un lavoro per persone meticolose e pazienti, disposte anche a un certo sacrificio perché le condizioni di lavoro sono quasi sempre “scomode”, soprattutto in cantiere dove spesso si lavora in condizioni tra caldo, freddo e polvere. Bisogna sapersi adattare, ma è anche un lavoro di grande soddisfazione. Non necessariamente è importante essere bravi a disegnare. La “mano felice” può agevolare ma non è indispensabile, anche perché all’università vi sono dei corsi di disegno già al primo anno. Fondamentali sono invece attitudine al metodo e alla precisione, perché possono esserci interventi che richiedono, per esempio, di lavorare minuziosamente con un bisturi per settimane.

ARTE IN PRATICA

Ci racconta un progetto di cui si è occupata?

Abbiamo da poco eseguito il restauro di una pala d’altare di Guarcino per il comune di Cesena. Anzitutto si è provveduto allo smontaggio dell’opera dalla cornice monumentale, e la si è imballata e portata al laboratorio. Sono state poi predisposte le analisi – si parla di indagini preliminari - che consistono in prelievi di materiale e radiografie. Abbiamo eseguito le prove di pulitura, che sono test di solubilità che si eseguono con dei piccoli tamponcini simili a cotton fioc sulla superficie del dipinto per vedere quale miscela di solvente sia più idonea per rimuovere la vernice ossidata. Successivamente alle analisi, con l’approvazione della Sovrintendenza abbiamo proceduto con il consolidamento del colore, che significa che si rendono stabili i frammenti instabili di pigmento,  pericolosamente degradati, che altrimenti rischierebbero di essere persi in modo irreversibile. Si osserva da vicino la superficie con microscopio digitale e lenti apposite con vari ingrandimenti – è un lavoro di estrema pazienza e minuzia! -  e piano piano si consolidano questi frammenti alla tela usando adesivi animali. È interessante che si usino ancora miscele come la colla di storione o di coniglio, le stesse di mille anni fa, ma che sono ancora validissime. Con un pennellino applichiamo queste miscele sotto la pellicola pittorica e poi procediamo con la “stiratura” ovvero un massaggio con termocauterio che scalda e asciuga questi pezzi di colore facendoli aderire alla tela. Successivamente abbiamo stuccato il dipinto (si parla di ritocco pittorico mimetico) per correggere imperfezioni e svelature, e lo abbiamo verniciato nebulizzandolo per proteggerlo. Et voilà: il quadro era pronto per essere ricollocato al suo posto.

LE FIGURE PROFESSIONALI

Chi si occupa di restauro interagisce con persone di varia formazione, tra cui persone laureate:

  • in Architettura e specializzate nella conservazione;
  • in Storia dell’arte;
  • in materie scientifiche quali, soprattutto, Fisica e Chimica.

Inoltre si interagisce con persone che curano le mostre e con il personale degli enti che gestiscono i bandi e seguono i progetti di restaurazione.