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In equilibro sulle onde: fisica e barca a vela

Intervista ad Ambrogio Beccaria, ingegnere nautico e velista

Immagine di copertina per gentile concessione di Ambrogio Beccaria

Ambrogio Beccaria è un ingegnere nautico e un velista. La sua specialità sono le regate transoceaniche e la sua carriera, a trent’anni, conta già numerosi successi, tra cui il primo posto nel 2019 alla Mini Transat, una regata transatlantica su una barca di 6,5 metri. Con il suo lavoro coniuga la passione per la vela con quella per la fisica, l’esperienza come ingegnere nautico con l’amore per la natura. È infatti impegnato anche in progetti di pulizia di spiagge e porti e nel sensibilizzare l’opinione pubblica sulla salute dei mari.

Lei è un ingegnere ma anche un navigatore. Come si svolge il suo lavoro e come coniuga questo doppio retaggio?

Sono un navigatore, perciò devo finanziare la mia attività sportiva cercando sponsor che vogliano creare un progetto commerciale, costruendolo sul mio progetto sportivo. Quello a cui mi sono dedicato negli ultimi anni sono progetti di vela oceanica: sono regate a equipaggio ridotto, o anche in solitario. Finanziare il mio progetto significa dover gestire molti aspetti: il primo è di tipo imprenditoriale, gli sponsor sono infatti aziende private che hanno i loro propri interessi commerciali e mediatici; il secondo aspetto è legato al mio ruolo di velista e di sportivo, e quindi all’allenamento, anche se quello che pratico è un sport atipico, in cui la prestazione fisica è più marginale rispetto ad altri sport. Oltre agli allenamenti, sia a terra sia sulla barca, mi è richiesta una costante formazione tecnica di aggiornamento. Lo sport che pratico è in continuo mutamento e occorre essere costantemente informati sulle nuove soluzioni tecniche, i nuovi tipi di vela, i cambiamenti nella meteorologia. Tutta questa preparazione si conclude con le regate: la stagione vera e propria. Girano attorno al mondo e io le seguo: Caraibi, Azzorre, Sudafrica ecc… sono spesso in viaggio.

La mia attività sportiva è affiancata dalla mia indole da ingegnere, che entra in campo nello sviluppo di nuove soluzioni tecniche, nell’analisi delle performance, nel lavoro in team con altri tecnici e ingegneri per migliorare le prestazioni della barca.

Lei è anche molto impegnato nel mondo dell’ecosostenibilità e nell’attività di pulizia dei mari…

Cerco di informare l’opinione pubblica sulla salute dei mari: vivo il mare quotidianamente e ogni giorno vedo come le attività umane a terra influiscano in modo pesante e violento sull’ecosistema marino. Cerco di raccontare quello che vedo e sensibilizzare l’opinione pubblica. Per esempio, ho collaborato con Save the Children a Ostia, abbiamo fatto incontri e pulizie di spiagge: era impressionante la quantità di rifiuti presenti presente sulle spiagge e provenivano tutti dalle nostre case.

Accanto a questo, cerco di dare un contributo concreto nella pulizia dei mari, almeno per quanto riguarda gli oggetti galleggianti, considerando che il 90% dei rifiuti del mare giace sui fondali. Partecipo a un progetto promosso da Coop volto a recuperare parte di quelli galleggianti attraverso l’installazione di seabin: dei “cestini del mare” che, grazie allo studio delle correnti, riescono a raccogliere i rifiuti sulla superficie delle acque nei porti italiani.

C’è stato un momento preciso in cui ha deciso che sarebbe diventato un navigatore? La scelta degli studi in ingegneria nautica è seguita alla passione per la vela o, viceversa?

Sono nato a Milano e nessuno nel mio ambiente praticava la vela. Durante una vacanza con la mia famiglia feci un corso di vela e me ne sono subito innamorato. La scelta di studi che ho fatto, l’ingegneria nautica, è stata dettata da una serie di motivi: amavo la vela e al liceo scientifico avevo avuto professori che definirei “illuminati”, i quali mi avevano fatto appassionare alla fisica; l’ingegneria nautica mi sembrava il connubio perfetto. Nel momento in cui mi sono iscritto all’università non avevo ancora l’idea di diventare navigatore.  In quegli anni ho iniziato a partecipare a regate sempre più importanti, ottenendo buoni risultati. Mi sono reso conto che ero bravo e la cosa mi piaceva parecchio e solo in un secondo momento è arrivata la decisione di provarci veramente. Ero anche consapevole che come studi stavo formandomi in un modo che mi avrebbe aiutato nella carriera della vela e che comunque mi piaceva approfondire. Ora so darmi risposte in più che altrimenti sarebbe stato complicato avere.

Queste risposte in più e l’essere ingegnere come la supportano nel ruolo di navigatore?

Più che avere una marcia in più, si tratta di non avere una marcia in meno: quasi  tutti i velisti sono formati ad alto livello nelle materie scientifiche. Per noi è quasi un requisito di base avere un certo tipo di formazione.

Quando devo descrivere in modo molto semplice cos’è una barca a vela mi piace usare l’immagine di un aeroplano con un’ala in aria e un’ala in acqua. Questo oggetto in più deve  anche galleggiare e muoversi tra le onde! È facile immaginarsi quanto sia complicato l’equilibrio di una barca a vela: ha a che fare con forze invisibili. C’è tantissima ricerca da fare. La formazione scientifica, ingegneristica nello specifico, permette di avere un metodo scientifico fondamentale per approcciare un sistema così complesso.

Però il bello di questo tipo di sport è che la tecnica, la tecnologia, la ricerca sono fondamentali, ma non bastano: la sensibilità del velista è l’elemento discriminante. Un buon navigatore ha una capacità quasi mistica, o “divina”, di capire “a senso” se certe soluzioni funzionano oppure no. La formazione che ho mi permette di poter riassumere le due figure, velista e ingegnere, nella mia testa: sentire certi impulsi e poterli tradurre in vettori e numeri. La fisica è uno strumento che mi aiuta a semplificare soluzioni che percepisco a pelle.

Che cosa la appassiona maggiormente del suo lavoro? Quali sono le sfide più difficili?

Uno degli aspetti che amo di più è il privilegio di poter essere scollegati dal mondo: quando faccio le regate, per giorni e giorni non ho connessione, cellulare, contatti con altre persone. Passo tutto il tempo dedicandomi esclusivamente alla barca e al mare. Di sicuro non c’è un problema di iperconnessione nel mio lavoro, la trovo una condizione molto preziosa e privilegiata per il mondo moderno.

Poi, c’è la passione legata al mare: poter stare da solo nel mezzo dell’oceano, con i suoi elementi in continuo mutamento, cercando di capirli e assecondarli, mai sfidandoli. Durante le regate viene fuori un mio lato quasi selvaggio, di legame con la natura: quando sono in mare da solo non mi sento molto diverso dagli uccelli, dai pesci che vedo. Infine c’è la competizione: adoro la competizione, vista come strumento per spingersi sempre oltre, essere motivati, studiare le strategie, tenersi aggiornati sugli sviluppi delle tecniche.

Ovviamente, ci sono anche criticità, per esempio non posso decidere dove abitare. Devo seguire il mio lavoro e vivere dove posso praticarlo. Inoltre, non ho una casa fissa, come del resto molti sportivi: sono sempre in giro, devo cambiare spesso casa.

Quali esperienze, anche di studio, hanno maggiorente influenzato la sua carriera?

Sicuramente la mia prima Mini Transat del 2017, la prima traversata dell’Oceano Atlantico in solitario su una barca di 6,5 metri. È una regata molto particolare: il solo esservi arrivato come partecipante è stata per me una vittoria. È l’ingresso nel mondo della vela oceanica per chi vuole fare questo mestiere. È come uno stage molto intenso, che apre le porte al mondo di quel tipo di vela. Dopo quella regata ho veramente capito che avrei dedicato la mia vita a questo.

L’università è stata fondamentale in questa passione, dandomi strumenti imprescindibili di comprensione della realtà pratica. Penso spesso al mio professore di fisica, alla passione con cui trasmetteva le sue conoscenze. Cerco di vivere quella passione ogni giorno e di trasferirla nello sport.

Che percorso consiglierebbe per seguire la sua strada e quali sono le attitudini personali che richiede il suo lavoro?

Non c’è un percorso unico o ideale. Come ho già detto, una formazione scientifica, soprattutto fisica o ingegneristica, è diventata quasi una prerogativa. È un lavoro adatto a chi ha fame di avventure e la certezza di potere stare bene da solo tanto tempo. Senza questi presupposti è un lavoro che non consiglierei: bisogna avere il coraggio di sfidare l’ignoto e la voglia di vivere avventure.

SCIENZA IN PRATICA

Come funziona, dal punto di vista fisico, la dinamica di una barca?

Descriverei la barca come un aereo con ali in acqua e ali in aria.  A volte una barca può avere fino a quattro ali in aria o anche quattro ali in acqua, tutte quante regolabili come posizione e angolo di incidenza. Il sistema da risolvere ha infiniti equilibri possibili. La filosofia e la sensibilità del navigatore porta poi a equilibri diversi.

Bisogna conoscere i principi della fluidodinamica: il movimento della barca è basato su fluidi che scorrono attraverso i profili alari sviluppando una portanza. La regolazione delle vele consiste nel gestire questa portanza: è una forza che, scomposta lungo l’asse della barca e perpendicolarmente a essa, crea due spinte, una in avanti e una laterale. In sostanza, il vento non spinge una barca da poppa, ma in realtà la risucchia in avanti.

Questo è un principio fondamentale per comprendere come funzionano la barca e i suoi profili alari: l’effetto di depressione su un’ala, nella sua parte sottovento, è predominante rispetto alla pressione che la spinge. Attraverso la regolazione delle vele, il velista può regolare l’equilibrio totale della barca. Infine, il timone è l’ala in acqua più a poppa, che possiamo continuamente regolare attraverso l’angolo di incidenza, cercando l’equilibrio che dà la resistenza minima, compatibilmente con la traiettoria da seguire.

In aggiunta alla forza del vento c’è il caos, le onde, che complicano la soluzione del problema. Nelle navigazioni inshore, nelle baie, in punti riparati dal moto ondoso, la soluzione è più semplice. Offshore, in mezzo al mare, con l’onda lunga o con le onde che fanno sbattere la barca, le dinamiche cambiano completamente. Soluzioni che funzionano in certe condizioni di vento ma senza onda, non vanno bene alle stesse condizioni di vento e di vele ma con la presenza dell’onda.

LE PROFESSIONI

Le regate con la barca a vela sono possibili grazie al lavoro in team di diverse figure professionali, tra cui:

  • project manager: si occupa dei rapporti con gli sponsor, dei contratti, di ciò che si vende agli sponsor, dei rapporti tra i diversi sponsor e con l’atleta
  • boat captain: la persona con la responsabilità tecnica della barca. Spesso ha studiato ingegneria o una lunga esperienza pratica con le barche; si occupa dell’affidabilità della barca, del fatto che sia sempre in ordine, di gestire ogni tipo di problema tecnico
  • ufficio stampa ed equipe media: realizza le fotografie, le riprese video e durante le regate crea i contenuti e la storia da raccontare ai media
  • architetto/a navale: persona con una formazione in ingegneria specializzata nella progettazione di barche a vela da regata; si occupa di sviluppare una particolare parte della barca o una barca in toto su richiesta; sviluppa e propone nuove soluzioni innovative per la barca da vela oceanica
  • velaio/a: figura tecnica estremamente qualificata che propone nuovi profili e materiali per le vele, che sono, nella pratica, il motore della barca
  • allenatori/allenatrici: di vela, in mare, e di allenamento fisico, più simile a un/una personal trainer tradizionaleanalista della performance: è una figura professionale presente in tantissimi sport meccanici, agisce come un occhio esterno che fornisce un’analisi più accurata dei risultati usando i dati registrati a bordo o all’esterno.

Per approfondire prospettive occupazionali e percorsi di studio, leggi Obiettivo: ingegneria navale.

Aggiornato al 21 marzo 2022 

Ambrogio Beccaria

Fotografia per gentile concessione di Ambrogio Beccaria.