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Allevare con cura

Intervista ad Alessandra Tropini, veterinaria che si occupa di benessere animale negli allevamenti

Immagine di copertina per gentile concessione di Alessandra Tropini

Alessandra Tropini è una veterinaria che si occupa di sicurezza alimentare presso due cooperative di allevatori del Piemonte. Il suo lavoro riguarda il rispetto di quella che viene definita “assicurazione qualità” di due filiere bovine, una che prevede la produzione di latte e l’altra di carne. Non svolge un ruolo di vigilanza di chi produce, piuttosto punta all’autocontrollo, cioè fornisce le indicazioni pratiche che permettono di lavorare affinché i prodotti rispettino i criteri richiesti, sia dalla legge sia dagli accordi con chi li deve acquistare.

Che cosa le piace del suo lavoro?

L’aspetto che mi piace di più riguarda principalmente la comunicazione. Mi riferisco al rapporto umano e professionale con i soggetti che gravitano intorno alla filiera. Da un lato ci sono i produttori, che nel mio caso sono allevatori. E, dall’altro, ci sono gli interlocutori legati al mercato come, per esempio, i responsabili qualità delle aziende che acquistano il prodotto, dalla grande distribuzione alle multinazionali. La possibilità di entrare in contatto con tutte queste persone è un’opportunità che apprezzo.

Da una veterinaria ci si poteva aspettare che al primo posto mettesse il rapporto con gli animali…

Sì, certo! Di fatto il valore degli animali, e non parlo di quello economico, ma del loro benessere e della loro prosperità, deriva dal valore dell’allevamento, dalla capacità di questa attività di crescere in termini operativi e culturali. Il mio lavoro credo consista nel favorire tale crescita, attraverso il dialogo e la mediazione tra ruoli: tra l’allevatore e il dirigente che si occupa del controllo qualità, per esempio. E nella mia esperienza è necessario mettere a disposizione le competenze tecniche e l’attività di campo, per riuscire a trasmetterle agli operatori e a far dialogare tra loro settori molto lontani.

Che cosa succede in una sua giornata tipo?

Non esiste una giornata tipo. Spesso i miei colleghi dell’amministrazione mi prendono in giro perché nella mia macchina ho sempre diversi cambi (quello per la stalla, quello per lo stabilimento ecc.). Non so mai bene quello che mi può succedere durante il giorno.

Scherzi a parte, possiamo dire che di solito la mia giornata tipo parte in ufficio. Mi faccio un’idea di quello che devo fare, ma poi di solito arriva un imprevisto e la giornata prende tutta un’altra direzione. In genere faccio telefonate, scrivo mail, produco documenti, stendo procedure e gestisco situazioni di non conformità. Poi mi occupo della formazione dei produttori in modo che siano in grado di mettere in pratica tali procedure. E, infine, vado nelle aziende a verificare che tutto proceda correttamente.

Che cosa si guarda esattamente per capire il livello di benessere animale di un allevamento?

Ci sono vari metodi per valutare il benessere animale. Tra questi il più condiviso è quello proposto dall’Istituto Zooprofilattico dell’Emilia Romagna, il centro di referenza nazionale per il benessere animale. In pratica, si valuta l’allevamento da diverse angolazioni. Intanto si considerano le strutture, cioè gli spazi di stabulazione e la disponibilità delle risorse che vengono messe a disposizione degli animali. Poi si considera il management, cioè come l’allevatore si rapporta con gli animali e possa garantire ad esempio l’igiene o una corretta alimentazione (si guarda non solo che la razione sia bilanciata ma anche che gli alimenti che vengono forniti siano sani). E, infine, si compie un’osservazione diretta, che consiste nella valutazione visiva dei capi di bestiame attraverso l’analisi di precisi indicatori di benessere. Attraverso questa verifica si può capire se gli animali si sono adattati in modo favorevole alle strutture e alle persone con cui vivono.

L’osservazione diretta è molto importante. Mi è capitato di vedere alcune stalle con strutture un pochino obsolete ma in cui gli animali vivevano benissimo, grazie al management che si dimostrava particolarmente efficace. Sembrerebbe una cosa semplice guardare un animale e capire se sta bene o sta male. Davanti alla foto di un vitellino, per esempio, si ha la parvenza che chiunque possa farsi un’idea precisa del suo stato di benessere, ma non è affatto detto che sia quella corretta. È inevitabile che possa emergere una componente emotiva e poi spesso si tende a umanizzare gli animali. In realtà, il benessere animale è una materia piuttosto complessa e richiede particolari competenze tecniche. Non a caso, l’Istituto Zooprofilattico dell’Emilia Romagna richiede che la valutazione venga effettuata esclusivamente da veterinari, dotati della necessaria professionalità e debitamente formati.

In sintesi, una valutazione corretta del benessere animale deve essere fatta mettendo insieme i risultati ottenuti dall’osservazione (attraverso occhi competenti!) delle strutture, del management e degli animali stessi.

Con quali altre figure professionali interagisce?

Io mi interfaccio con tante figure molto diverse tra loro. Come dicevo prima, quotidianamente ho il contatto con gli allevatori, che sono i miei primi interlocutori, e poi mi confronto con i responsabili qualità delle aziende che acquistano i prodotti. Naturalmente mi interfaccio anche con gli operatori che si occupano della parte produttiva negli stabilimenti di lavorazione del latte o della carne. E poi ci sono tutti i miei collaboratori, che coordino per supportare i produttori nel modo più opportuno. Essendo poi l’assicurazione qualità una materia molto trasversale, che comprende ad esempio anche tutta la tracciabilità, la definizione delle singole referenze e l’etichettatura, devo interfacciarmi con le persone che si occupano di vari settori, dall’amministrazione al reparto commerciale.

Esiste un aspetto critico del suo lavoro di cui vuole parlare?

Sì. Non sempre gli operatori con cui mi interfaccio riescono a riconoscere la mia competenza. E non sempre ne hanno voglia. Bisogna considerare che quando mi presento da un produttore spesso mi chiede “Oh no, devo di nuovo fare qualcosa?” oppure “Mi stai di nuovo sgridando?”. Applicare le procedure di miglioramento della qualità per un produttore significa fare uno sforzo mentale, operativo e anche economico. La difficoltà è riuscire a comunicare efficacemente con lui, e ci riesco concentrandomi sul piano tecnico, raccontandogli la motivazione e l’effetto di una nuova istruzione, per esempio. Ma non è facile. Se posso dire, non è facile anche e soprattutto per una donna. Inoltre, questo problema non riguarda solo le fasce rurali a cui appartengono gli allevatori ma anche quelle dirigenziali di alcune aziende. Purtroppo, da questo punto di vista, le cose non sono ancora cambiate molto.

Ci sono dei consigli che si sente di dare a chi è interessato al suo ambito lavorativo?

Io ho voluto sempre fare la veterinaria. All’inizio volevo fare clinica o chirurgia ma poi nel corso degli studi ho cambiato idea. I miei primi lavori hanno riguardato la fauna selvatica. Per dieci anni mi sono occupata di ricerca sul lupo, stavo spesso in montagna e mi interfacciavo con gli allevatori che praticano il pascolo e l’alpeggio. Poi mi sono spostata sul settore in cui lavoro adesso. In tutte queste esperienze e, in generale, nel lavoro del veterinario, credo che sia veramente cruciale saper comunicare nel modo giusto. Bisogna intanto approcciarsi ai propri interlocutori con molta umiltà e con l’assoluto rispetto del lavoro altrui. È fondamentale acquisire competenze, sia in termini “didattici” sia attraverso l’attività di campo, ma la vera virtù sta nell’essere capaci a trasmetterle ai vari soggetti che si incontrano. Occorre essere molto chiari, semplici e concreti per farsi comprendere. Ci vuole empatia.

SCIENZA IN PRATICA

Che cosa significa “controllo qualità”?

Fino a qualche anno fa, il controllo qualità era focalizzato solo sulle caratteristiche sanitarie del prodotto (nel mio caso latte e carne), cioè si andava a verificare il rispetto dei criteri microbiologici e chimici per poterlo definire “sano”. Nel tempo la questione si è ampliata e sono state richiesti anche altri requisiti che riguardano tutto il management dell’allevamento. In particolare, è diventato fondamentale l’aspetto del benessere animale e, più recentemente, anche quello della sostenibilità ambientale.

Possiamo dire che una volta il consumatore richiedeva un prodotto sano e non si faceva troppe domande su cosa ci fosse dietro un formaggio o una fettina di carne. Adesso il riflettore sui produttori primari è sempre più acceso e il consumatore desidera acquistare non solo il prodotto in sé, dando quasi per scontato che sia sano, ma un “pacchetto” che contiene anche il modo in cui quel prodotto è stato ottenuto.